venerdì 26 febbraio 2010

Venezuela: la rivoluzione bolivariana minacciata dall’imperialismo

L'impero sviluppa la sua strategia per la ricolonizzazione dell’Amèrica Latina attraverso l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), il Plan Colombia, il Plan Puebla Panamà, l'Aguila III e le basi militari che hanno intorno ai paesi andini. In modo particolare il Venezuela, rappresenta un impedimento per l’imperialismo poiché sia il governo Bolivariano sia il popolo non permetteranno ne l’ acceso al petrolio ne al controllo sociale del popolo per perseguire interessi strategici (ALCA, PLAN COLOMBIA)

Per queste ragioni , l’impero con i suoi esecutori: l'oligarchia, l’opposizione reazionaria- fascista e terrorista , cerca in qualsiasi modo di troncare la Rivoluzione Bolivariana, per ciò in aprile del 2003 ha pianificato e diretto il colpo di stato fascista contro la Repubblica, il popolo e la rivoluzione Bolivariana, inoltre ha attuato lo sciopero petrolifero a 02 dicembre 2002 –02 febbraio 2003.Questi avvenimenti promossi dai golpisti fascisti hanno scatenato una forte resistenza da parte del popolo venezuelano che ha sconfitto il colpo di stato.I fatti accaduti in quei giorni hanno permesso di difendere e ricuperare la democrazia, la Costituzione Bolivariana e la restituzione del presidente della Repubblica.Inoltre il popolo di Venezuela ha dimostrato a tutto il mondo che non acettarà il saccheggio delle conquiste appena ottenute e di essere pronto a difendere con ogni mezzo. Questo ci dimostra che la lotta di classe è il motore della Rivoluzione, quel insorgere di masse rivoluzionarie in quei giorni indimenticabili della storia venezuelana, ha messo di nuovo nel ruolo di protagonista al popolo, come soggetto storico della propria liberazione.Gli avvenimenti si sono sviluppati con un gran fiume umano nelle strade, manifestando in difesa della Rivoluzione per affrontare corpo a corpo la strategia offensiva della destra reazionaria e fascista; senza l’aiuto di tutti i settori della società sarebbe stata difficoltosa la sconfitta dei colpi di stato fascisti e terroristi.In definitiva è stata e sarà la partecipazione protagonista e insurrezionale di tutto il popolo a difendere la Rivoluzione Bolivariana guidata dal Comandante Hugo Chavez Frias.

La rivoluzione Bolivariana che si stà sviluppando contribuisce al risveglio dei movimenti popolari dell’ Amèrica Latina e dei Caraibi e rappresenta il punto di riferimento della speranza degli emarginati opera per la giustizia sociale, per la sovranità e autodeterminazione dei popoli; per la non discriminazione razziale, la liberazione nazionale, per la costruzione del potere popolare alternativo, per l’esercizio della democrazia partecipativa, seguendo gli ideali di Bolivar, Zamora, e Simòn Rodriguez.

Il popolo è deciso a sconfiggere la controrivoluzione fascista e gli attacchi dell’ imperialismo anche con le armi, se necessario, ciò significa un popolo organizzato sotto la strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria.

Dopo le sconfitte subite oggi dalla destra e le posizioni del presidente Hugo Chavez contro le politiche repressive dell’ imperialismo yankees ai danni dell’ Amèrica Latina a del mondo e davanti alla prospettiva di creare un ambiente di destabilizzazione in Venezuela per sconfiggere il governo democratico e rivoluzionario il popolo denuncia davanti al mondo il tentativo imperialista di strappare le conquiste democratiche e chiede la solidarietà dei popoli contro l’intervento nord-americano in sud Amèrica.E contro le politiche repressive atte a stroncare la Rivoluzione Bolivariana.

Contro l’interventismo degli yankees.
Uniamoci e saremo invincibili
Venezuela libera e sovrana.
Viva la rivoluzione bolivariana !

Movimiento Nacional Union De Fuerzas Independientes (Venezuela)

giovedì 25 febbraio 2010

ECONOMIA MONDIALE: STATI ROVINATI





DI GILLES BONAFI
mondialisation.ca

Stati rovinati

Potete leggere qui di seguito la lista dei paesi maggiormente indebitati del mondo sviluppato, secondo le stime per il 2010 realizzate dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE):





1 Giappone: 197,2 % del PIL
2 Islanda: 142,5 % del PIL
3 Italia: 127,0 % del PIL
4 Grecia: 123,3 % del PIL
5 Belgio 105,2 % del PIL
6 Francia 92,5 % del PIL
7 Stati Uniti: 92,4 % del PIL
8 Portogallo 90,9 % del PIL
9 Ungheria 89,9 % del PIL
10 Canada 85,7 % del PIL
11 Regno Unito: 83,1 % del PIL
12 Germania: 82,0 % del PIL



E' da notare che 92,5%, è la vera cifra dell'indebitamento della Francia, superiore a quello degli USA. Il 100% sarà superato nel 2011. D'altronde, il prodotto interno lordo della Francia è diminuito del 2,2% in un anno, la maggiore perdita dal dopoguerra, secondo i dati dell'Insee, e sono stati perduti 412 000 posti di lavoro (Fonte, Le Parisien: Crise: la pire récession en France depuis 1945)

L'Afghanistan, un nuovo Vietnam

Il CF2R, il centro di ricerca sui servizi informativi francese, non esita a paragonare la guerra in Afghanistan al Vietnam. La nota n. 189 del 5 ottobre 2009, intitolata "CF2R - Afghanistan: des airs de conflit indochinois" termina con una conclusione esplosiva: "Ma questa ritirata ne annuncia una seconda che sarà meno gloriosa: la partenza di tutte le forze straniere dal paese perché le opinioni pubbliche non potranno tollerare troppo a lungo le perdite e il costo di questa guerra senza speranza di vedere spuntare l'ombra di una soluzione."

In effetti, gli Stati Uniti hanno stimato le loro spese per la guerra in Afghanistan in 65 miliardi di dollari, somma approvata dal Congresso per il 2010. A cui vanno aggiunti 15 miliardi di dollari degli altri paesi, tra cui la Francia, per un totale di 80 miliardi.

Ora, con 32,7 milioni di abitanti, si può stimare un costo di 2446 dollari per afgano, ossia quasi due anni di salario medio (60 dollari al mese).

L'oro, nuova truffa planetaria

Sul mercato esistono due forme di oro negoziabile: l'oro nella sua forma fisica (monete, lingotti) e l'oro cartaceo.

Chris Powell, segretario tesoriere del GATA, il Gold Anti-trust Action Committee, un'organizzazione con base negli Stati Uniti (gata.org) che fa le pulci alle banche centrali per tutto quello che ha a che fare con l'oro, ha dimostrato che il mercato dell'oro cartaceo è completamente disconnesso dalla realtà. In prospettiva, un immenso crack!

Rob Kirby, editorialista di Goldseek.com, peraltro già trader professionista, ha dichiarato nel novembre scorso: "Da un lato, c'è troppo poco oro per supportare uno spettacolare volume di vendite su carta, dall'altro il mercato di Londra è il maggiore centro per 'ripulire' i lingotti dubbi". Secondo questo esperto di economia, sotto l'era Clinton sono state placcate d'oro 640 000 barre di tungsteno da 400 once che si trovano in parte a Fort Knox e in parte sono state vendute sul mercato mondiale. Gli USA sarebbero in realtà rovinati e non disporrebbero più d'oro. Secondo lui, 16 500 tonnellate di falsi lingotti sarebbero sparpagliate per il mondo [1].

L'aiuto militare ad Haiti, preparazione per la guerra al Venzuela

Aaron Russo, produttore cinematografico e uomo politico, annunciava il conflitto in Venezuela già nel 2007.
Un aneddoto, nel film Avatar l'eroe dichiara di essere un reduce del Venezuela!

Il terremoto ad Haiti capita al momento giusto.

In effetti, essendo Haiti posta di fronte al Venezuela, permetterebbe all'impero USA di installare una testa di ponte per preparare la futura invasione. Ecco una lista degli "aiuti" USA ad Haiti:

- 15 000 uomini
- la portaerei USS Carl Vinson
- la fregata USS Underwood
- due navi trasporto dei mezzi di sbarco, USS Carter Hall e USS Fort McHenry
- la nave ospedale USS Comfort

Ma, cosa più interessante, ci sono anche imbarcazioni di cui non si comprende l'utilità per assistere un paese devastato da un terremoto:

- la portaelicotteri d'assalto USS Bataan
- l'incrociatore lanciamissili USS Normandy

Non bisogna dimenticare che nel 2008 l'esercito USA ha riattivato la IV flotta (creata nel 1943) di stanza in America del Sud e nei Caraibi allo scopo di "dimostrare l'impegno degli USA presso i suoi partners della regione" e, soprattutto, "di mandare un messaggio al Venezuela".

Il Venezuela è la quarta potenza economica latino-americana, dopo il Brasile, il Messico e l'Argentina con un PIL di 368 miliardi di dollari nel 2008. Soprattutto, nel 2008 ha prodotto 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno (9° nella produzione mondiale), ossia poco meno degli Emirati Arabi Uniti (2,9 milioni di barili/giorno).

Il Venezuela è diventato un paese appartenente all'"asse del male" perchè riunisce in sé i due criteri fondamentali per esserlo:
- possiede molto petrolio
- è indipendente e non assoggettato all'impero USA.

La carbon-tax: business come sempre

L'assemblea degli esperti sul clima ha riconosciuto in gennaio che la previsione che aveva fatto, nel suo rapporto del 2007, della sparizione dei ghiacciai dell'Himalaya verso il 2035 era uno "spiacevole errore". Perché lo scioglimento in questione non è previsto, in verità, che verso il 2350!

Secondo Mike Hulme, dell'università britannica dell'East Anglia, le strutture del Giec [Il Giec, Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat, è la denominazione francese dell'IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, ndt] sono "deteriorate". Fonte: France-Soir.fr del 12 febbraio 2010. Giec - Les experts du climat sont dans la tourmente.

Il 19 novembre 2009, alcuni hacker introdottisi nei server dell'Unità di Ricerca sul Clima (CRU) dell'università dell'East Anglia (Regno Unito) hanno dimostrato manipolazioni di dati nella corrispondenza privata di numerosi climatologi, alcuni dei quali collaborano all'elaborazione dei rapporti del Giec.

Ma la verità è altrove.

Il governo olandese vuole tassare gli automobilisti secondo i chilometri percorsi. La tassa dovrebbe essere di 0,03 euro ed entrare in vigore nel 2012. Ogni veicolo dovrebbe essere equipaggiato con un apparecchio GPS che registrerebbe il numero di chilometri percorsi, il che permetterebbe tra parentesi di sorvegliare ogni cittadino. Il dispositivo trasmetterebbe poi le informazioni ad un apposito ufficio per predisporre la fattura. Parallelamente, verrebbe imposta una carbon-tax per l'ambiente. Bisogna ricordare che il bilancio energetico (diagnosi di performance energetica ) è obbligatorio dal 1° novembre 2006 in caso di vendita di un'unità immobiliare. Dopo il 1° luglio 2007, deve essere presentato anche in caso di locazione o al momento della costruzione di nuovi immobili. Vi sarà quindi un sistema di scambi di quote di CO2 controllato da qualche banca perché, non dimentichiamocelo, i finanzieri ci annunciano (con l'aiuto dei loro media) che solo l'industria della finanza permetterà di organizzare e di fluidificare questo mercato. Tutto è già al suo posto da molto tempo.

Gli USA sull'orlo dell'abisso!

Ecco l'ultimo rapporto del 25 gennaio 2010 sui senza tetto a New York:

- 21 501 adulti
- 15 787 bambini

Fonte: New York City Department of Homeless Service (Daily Report for homeless population).

Dopo aver "delocalizzato" i poveri pagando loro il biglietto aereo, restano ancora quasi 16 000 bambini senza dimora a New York

Infine, l'emissione di dollari ha raggiunto livelli record! La corsa tra la deflazione (distruzione dell'economia reale) e l'inflazione (creazione di denaro ex nihilo) permette per il momento di conservare una parvenza di equilibrio ma, quando si analizza un grafico come quello qui sotto, ci si può chiedere se gli USA non stiano dirigendosi verso una forte inflazione o, peggio, verso un'iperinflazione con un dollaro che non sopravvivrà a questa prova. Ora, bisogna ricordare che il dollaro è la nostra moneta di scambio e senza di lui crollerebbe tutto il sistema monetario internazionale [2].




[Espansione della base monetaria USA]


NOTE

[1] Ho realizzato uno studio completo su questo argomento che potete trovare sulla rivista Nexus di gennaio/febbraio 2010.

[2] USA, la fin du dollar est proche! - Blog de gillesbonafi - Blog

Titolo originale: “Economie mondiale: Des états ruinés
Fonte : www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=17648
16.02.2010

Tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

martedì 23 febbraio 2010

IL CASO IRAN

DI FRANCO CARDINI
diorama.it/

Qualcosa di molto grave si sta profilando in Occidente: qualcosa che forse minaccia il mondo. E’ uno scenario che purtroppo abbiamo già visto. Tra 2002 e 2003 i governi statunitense e britannico inscenarono una pietosa e vergognosa commedia cercando di far credere al mondo che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di pericolose armi segrete di distruzione di massa. Era incredibile: e infatti chi aveva capacità di comprendere e di assumere informazioni precise si rese subito conto che si trattava di una colossale e infame menzogna. Ma i mass media insistevano, i politici – anche italiani – erano già decisi a seguire il sentiero tracciato del sinistro signor Bush: il risultato fu la guerra e un’occupazione che perdura e dalla quale gli stessi italiani non sanno come far a uscire.[1]

Sette anni dopo, siamo alle solite: analogo scenario, analoghe sfrontate bugie. La vittima designata, ora, è l’Iran. Auguriamoci che le dissennate dichiarazioni dei politici e dei mass media non preludano a qualcosa di simile al pasticcio irakeno: stavolta sarebbe molto più grave.

La Repubblica Islamica dell’Iran è una società molto complessa,[2] che non è certo retta da un regime totalitario, bensì da un sistema assembleare per certi versi paragonabile a una repubblica protosovietica controllata da un “senato” di teologi-giuristi. Nata da uno strappo violento che ha sottratto trent’anni fa agli USA il suo più sicuro e fedele alleato-subordinato e che ha fatto tabula rasa d’importanti interessi petroliferi occidentali, è strutturalmente avversaria della superpotenza americana: dal momento che essa individua in Israele il principale supporto della politica statunitense nel Vicino Oriente, essa avversa radicalmente anche quest’ultimo. Non c’è dubbio che il governo iraniano attuale abusi dei suoi poteri, a cominciare da quello che gli consente di comminare pene capitali, e che non rispetti alcuni diritti della persona umana. Non è l’unico a far certe cose (tali diritti non sono rispettati nemmeno nell’illegale campo di detenzione di Guantanamo, tenuto aperto dalla Prima Democrazia del mondo): ma le fa, e ciò dev’essere denunziato con deciso rigore.

Ciò non toglie che sull’Iran il mondo occidentale in genere, italiano in particolare, sia malissimo informato. Esaminiamo sinteticamente i quattro fondamentali capi d’accusa che vengono ormai rivolti abitualmente al governo di Ahmedinejad: si sarebbe reso responsabile di gravi brogli elettorali durante le ultime elezioni e di una pesante repressione delle proteste da parte dell’opposizione; minaccerebbe e programmerebbe un attacco contro Israele, con intenzione di distruggerlo; starebbe fabbricandosi un potenziale nucleare militare; sarebbe candidato a cedere in quanto isolato internazionalmente.

Si tratta sostanzialmente di quattro calunnie, per quanto ciascuna di essi riposi su un qualche elemento di verità. Vediamole in ordine.
Prima. In una recente intervista consultabile nella versione telematica di “Panorama” del 30.12.2010 una delle maggiori esperte di cose iraniane, Farian Sabahi,[3] non ha escluso che vi siano stati brogli elettorali, ma ha sottolineato che essi non possono aver falsato sostanzialmente il responso delle urne che è stato comunque con certezza largamente favorevole ad Ahmadinejad in quanto egli, a differenza dei suoi elettori, ha saputo guadagnarsi la fiducia della maggioranza degli iraniani non grazie alle sue tracotanti minacce contro Israele, bensì con una politica sociale che ha costantemente messo a disposizione dei ceti più deboli una massa ingente di pubbliche risorse, ha consentito a 22 milioni d’iraniani di accedere a efficaci cure mediche gratuite, ha aumentato molti stipendi (p.es. del 30% quello degli insegnanti), ha aumentato del 50% ‘entità delle pensioni. Al contrario i suoi avversari, pur abilissimi a mobilitarsi su Twitter e forti nei ceti medi specie della capitale, hanno fatto ben poca breccia nei centri minori e praticamente nessuna nelle campagne. I nostri mass media insistono sui deliri oratori hitleriani di Ahmedinejad (che peraltro riassumono sistematicamente, senza darci modo di capire che cosa effettivamente egli dica, e a chi, e in quali contesti), ma non c’informano per nulla della sua politica sociale, impedendoci di farci un’idea di che cosa realmente sia l’Iran di oggi.[4]

Seconda. Quanto all’atteggiamento di Ahmedinejad contro Israele, è indubbiamente una maldestra e odiosa misura propagandistica da parte sua la contestazione della shoah; ma, quanto alle minacce, chi non si limita al materiale scaricato da Twitter si è reso facilmente conto che il presidente iraniano non ha mai affermato che Israele vada distrutta (cioè che gli israeliani siano eliminati o cacciati), bensì che la pretesa di uno stato ebraico che si presenti come etnocratico e confessionale ma che nello stesso tempo pretenda di essere un modello di democrazia all’occidentale è evidentemente insostenibile in quanto costituisce una contraddizione in termini. Da ciò Ahmedinejad non deduce che lo stato d’Israele vada distrutto dall’esterno, ma che esso non potrà mai mantenersi sulla base dei principi proclamati. Oltretutto, nell’ormai radicato immaginario occidentale Ahmadinejad starebbe minacciando di distruzione nucleare Israele: ora, si domanda come può il leader di uno stato che non è ancora arrivato nemmeno al nucleare civile minacciare di distruzione nucleare un paese che invece dispone sul serio di un nucleare militare. Tutto ciò è assurdo. E non è difatti mai accaduto. Ahmedinejad si limita a dire che la convivenza di ebrei e di palestinesi dovrà essere rifondata su basi diverse da quelle dell’attuale stato d’Israele se vorrà avere qualche probabilità di sopravvivere.

Terza, la questione nucleare. Qui siamo al ridicolo e all’infamia al tempo stesso. L’11 febbraio scorso, trentennale della rivoluzione khomeinista, l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede Alì Akbar Naseri indiceva una conferenza stampa. Visto il momento “caldissimo” nell’opinione pubblica, si potrebbe supporre ch’essa è stata presa d’assalto dai media. Macché. Né un TG importante, né una testata di rilievo: è così che da noi si fa informazione. Tuttavia, le pacate dichiarazioni del diplomatico hanno richiamato un’ennesima volta a una verità obiettiva che ormai conosciamo. Il 4 febbraio scorso, il governo iraniano ha formulato alla authority internazionale nucleare, l’AIEA, una proposta molto flessibile e ragionevole: accettazione della prassi elaborata dal gruppo dei 5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Germania) nell’ottobre scorso, sulla base della quale l’Iran consegnerà delle partite di uranio arricchito al 3,5% alla Russia, che lo porterà al 20% e lo passerà alla Francia incaricato di restituirlo all’Iran. Date però le circostanze e il macchinoso sistema elaborato, il governo dell’Iran – temendo evidentemente che l’uranio gli venga sottratto – chiede semplicemente che lo scambio avvengo in territorio iraniano e che ad ogni cessione di partita di uranio al 3,5% l’Iran venga risarcito con la consegna di una pari quantità arricchita al 20%. Non si capisce perché il governo statunitense abbia rifiutato come “non interessante” una proposta del genere e si ostini a pretendere dall’Iran la pura e semplice cessione del minerale, senza contropartite né garanzie. Ciò corrisponde solo a un vecchio e abusato trucco diplomatico: formulare pretese assurde e irricevibili per poi accusare l’avversario, reo di non averle accettate. Bisogna al riguardo tener presente due cose: primo, per avviare la costruzione del nucleare militare è necessario un arricchimento dell’uranio all’80%, mentre l’Iran non è ancora in grado nemmeno di arricchirlo al 20%, limite indispensabile per gli usi civili. E di sviluppare un nucleare civile l’Iran ha diritto, in quanto paese firmatario del trattato di non-proliferazione (gli unici tre stati che non hanno firmato sono Israele, India, Pakistan). Il punto è che sembra proprio che i soggetti occidentali più importanti (quindi il governo statunitense e la NATO, che da esso è largamente controllata) siano ben decisi a procedere su una strada pregiudizialmente tracciata. In un’intervista concessa a Luigi Offeddu del “Il Corriere della Sera”, e pubblicata il 29.2.2010, Adres Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO dall’agosto 2009, ha proferito affermazioni allucinanti nella sostanza non meno che nel tono: “Al momento dovuto, noi prenderemo le decisioni necessarie per difendere i paesi della NATO”, ha dichiarato.[5] Ha parlato di un sistema missilistico difensivo, risultato di una triplice collaborazione tra USA, NATO e Russia, fingendo di non sapere che in Realtà la Russia è preoccupata delle installazioni missilistiche USA-NATO in Romania e in Polonia, non è soddisfatta dei chiarimenti fornitile (secondo i quali esse sarebbero dirette contro la minaccia iraniana) e la sua richiesta di “collaborazione a tale sistema è, in realtà, una richiesta di controllo. Rassmunsen, ignorando del tutto le proposte iraniane, continua a proporre un diktat: l’Iran consegni tutto il suo uranio che verrà arricchito all’estero, senza alcuna possibilità di controllarne il destino, senza alcun controimpegno e senza alcuna contropartita. C’è da chiedersi chi mai potrebbe accettare imposizioni del genere.

Quarto. Si continua acriticamente a ripetere, da noi, che ormai l’ONU sarebbe pronta a inasprire l’embargo all’Iran e che lo stesso consiglio di Sicurezza sarebbe d’accordo: si tratterebbe solo di convincere la Cina a non usare il suo diritto di veto e a studiare sanzioni che colpiscano il governo iraniano, ma non la popolazione. Quest’ultimo proposito è manifestamente ipocrita: le sanzioni colpiscono sempre le popolazioni, e in genere rinsaldano la loro solidarietà con i loro governi (a parte l’ipocrisia del governo italiano, che sostiene di preoccuparsi per ragioni umanitarie mentre in realtà è in ansia per il grosso business iraniano dell’ENI, che potrebb’essere compromesso dalle sanzioni con un forte danno agli interessi italiani). Ad ogni modo, le sanzioni contro l’Iran non funzioneranno, perché il governo iraniano è a vari livelli in contatto positivo con molti paesi e ha stipulato o sta stipulando accordi non solo con Cina e Russia, ma anche con la Siria, col Venezuela e con la Turchia. E’ del 19.2., stando a due “lanci” AGI, la dichiarazione del viceministro degli Affari Esteri Serghiey Ryabkov, secondo la quale non solo la Russia è contraria a un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran e indisponibile ad appoggiarle, ma si conferma intenzionata a fornire all’Iran i sistemi antiaerei S-300, come si era impegnata a fare.

Insomma, il regime iraniano può non piacere: ma non ha la possibilità e forse nemmeno l’intenzione di costruire armi nucleari e non si trova affatto in una posizione di assoluto isolamento diplomatico.
Ma allora perché gli USA sembrano preoccuparsi dell’Iran di Ahmedinejad al punto di arrivare alle esplicite minacce? L’atomica, i diritti umani e le minacce a Israele non c’entrano. C’entra invece il modesto isolotto di Kish sul Golfo Persico, che gli iraniani hanno scelto a sede di una futura rete di scambi petroliferi mirante alla costituzione di un “cartello” che si fonderebbe sull’unità monetaria non più del dollaro, bensì dell’euro. Questa è la bomba nucleare iraniana che davvero gli americani temono.

E allora, immaginiamoci un possibile e purtroppo piuttosto probabile futuro. La guerra, lo sanno tutti, è un gran ricco business: vi sono cointeressate potentissime lobbies industriali e finanziarie internazionali; è rimasta l’unica attività produttiva statunitense che davvero “tiri”; le commesse vanno rinnovate e gli arsenali debbono essere vuotati se si vogliono riempire di nuovo; poi ci sono i generali (non solo i generaloni del Pentagono, quelli che ostentano nomi da conquistatore romano, tipo Petreus; ma anche i generalucci della NATO e i generalicchi italiani, per tacer degli strateghi-peopolitici da TV…); inoltre c’è il sacrosanto spiegamento dei fondamentalisti cristiani, ebrei e musulmano-sunniti che non vedono l’ora di saltar addosso al demonio sciita; infine ci sono i poveri cristi che aspettano di venir ingaggiati come in Afghanistan e in Iraq, la folla dei portoricani in caccia della magica green card che fa di loro dei quali cittadini statunitensi, i sottoproletari che sognano di ascendere al rango di contractors. Tutte insieme, queste forze sono – non illudiamoci – potentissime.

Se non ci salva il duplice “veto” russo-cinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ma anche quello non sarà sufficiente: basterà la NATO, come in Afghanistan nel 2001: poi, l’ONU sarà costretta ad avallare…), oppure, meglio ancora, un deciso “no” degli israeliani che - a differenza del loro governo - non hanno perduto il ben dell’intelletto e la voce dei quali potrebbe contare moltissimo dinanzi all’opinione pubblica mondiale , l’aggressione all’Iran probabilmente si farà. E’ molto più facile di quella all’Iraq del 2003: il sunnita e “laico-progressista” Saddam poteva contare su molti amici negli USA, in Europa e nel mondo musulmano, l’Iran fondamentalista e sciita non ne dispone. Poi, tra qualche anno, qualcuno in gramaglie verrà a dirci che no, ci eravamo sbagliati, la bomba nucleare proprio l’Iran non ce l’aveva e nemmeno i terribili missili puntati contro l’Occidente; qualcun altro sgamerà, altri ancora si rifugeranno nell’amnesia. Frattanto, nella migliore dell’ipotesi, ci saremo infilati in un pantano sanguinoso e costoso, peggiore di quelli afghano e irakeno messi insieme: un pantano nel quale sguazzeranno allegramente solo le anatre e le rane tipo gli imprenditori, i militarastri e i sottoproletari del “finché-c’è-guerra-c’è-speranza”, che ciascuno al suo livello ci guadagneranno (“produzione e consumo” in alto, patacche e promozioni a mezza tacca, “posti di lavoro” in basso) , o tipo La Russa, che già ora s’inorgoglisce dei suoi picchetti d’onore e delle sue finte uniformi militari. Se non altro, tutto ciò darà una nota comica alla vicenda. Ma non illudiamoci: quella sarà soltanto la migliore fra le ipotesi.

Franco Cardini
Fonte: www.diorama.it/
Link: http://www.diorama.it/index.php?option=com_content&task=view&id=178&Itemid=1
22.02.2010

NOTE

[1] I media ci hanno poi informati che le armi di distruzione di massa non c’erano: ma nessun governante nessun politico di quelli che a suo tempo avevano stragiurato sulla loro esistenza, nessun intellettuale o pubblicista di quelli che immaginavano scenari festosi (tipo i liberatori che arrivano a Baghdad in mezzo ai fiori e alle bandiere del popolo irakeno liberato…), nessun mezzobusto televisivo-opinion maker ha fatto ammenda dell’errore in cui aveva tentato d’indurci, o meglio della menzogna proferita. Anzi, a dimostrazione della longevità dei falsi miti, Tony Blair, nel corso della sua pietosa autocritica che sigilla il fallimento della sua carriera di politico (dopo i danni che ha fatto, e che purtroppo paghiamo e pagheremo noi) è tornato sulle armi di distruzione saddamiste come se fossero davvero esistite, “dimenticando” al figuraccia sua e di altri.
[2] Cfr. L’iran e il tempo. Una società complessa, a cura di A. Cancian, Roma, Jouvence 2008; A.Negri, Il turbante e la corona. Iran trent’anni dopo, Milano, Tropea, 2010.
[3] Di cui cfr. F.Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Milano, Bruno Mondadori, s.d.
[4] Cfr. il lucido commento di M.Tarchi, La lezione iraniana, “Diorama letterario”, 296, ott.-dic. 2009, pp. 1-3.
[5] L.Offeddu, “L’iran si fermi sul nucleare o la NATO dovrà difendersi”, “Corriere della Sera”, 20.2.2

lunedì 22 febbraio 2010

I denti avvelenati (Storia dell'amalgama)

goccia di mercurioIl termine amalgama deriva dall’arabo almalgham e indica una lega di metalli col mercurio.

Già conosciuta nell'antica Cina, l'uso dell' amalgama fu introdotto per la prima volta da Joseph Bell, un farmacista inglese, nel 1812. L'amalgama venne utilizzata anche in Francia, grazie ai fratelli Crowcour (che non erano neanche dentisti), i quali la esportarono poi negli USA verso il 1830.

L'amalgama era l’alternativa più economica all’oro, il materiale usato generalmente per le otturazioni.

Il mercurio veniva utilizzato di frequente anche per la cura delle lesioni della pelle e della sifilide, una malattia estremamente diffusa all’epoca. Usando il mercurio le lesioni della pelle svanivano, ma il paziente si intossicava profondamente, riportando danni al sistema nervoso che lo conducevano ad una lenta ed atroce morte.


Nel 1840 i dentisti americani costituirono la American Society of Dental Surgeons ( Associazione Nazionale dei Chirurghi Dentistici), e si impegnarono ufficialmente a non usare mai amalgame per le otturazioni. Visti gli effetti nefasti dell'uso del mercurio, ne nacque una feroce diatriba tra le due scuole dentistiche: quella del mercurio e quella dell’oro. Era scoppiata la prima guerra dell'amalgama.



LA PRIMA GUERRA DELL’AMALGAMA

La cosidetta Scuola del Mercurio criticava l’uso dentistico dell’oro: troppo costoso, impediva alla classe sociale meno abbiente di potersi curare i denti.
Dal canto suo la Scuola dell’Oro metteva in guardia dagli effetti dannosi del mercurio, e lo bandiva nel modo più assoluto. La guerra dell'amalgama fu combattuta a colpi di studi e articoli scientifici, che cominciarono ad alimentarne una letteratura specializzata, pro o contro il mercurio. Questi alcuni titoli dell'epoca:"Malattie degli occhi e otturazioni con amalgama", "Irritazione della laringe causata da una otturazione con amalgama", "Effetti nocivi dell’amalgama", "Gli effetti tossici delle otturazioni con amalgama".

Lo scontro tra le due scuole si fece sempre più aspro fino a creare un conflitto interno alla National Association of Dental Surgeons , che spinse molti membri ad abbandonare l'associazione. Alla fine, l'associazione si dovette sciogliere per mancanza di iscritti.


Nel 1859 venne fondata la ADA, la American Dental Association, che tutt’oggi tiene banco nella odontoiatria USA. La ADA é sempre stata a favore dell’uso del mercurio da quasi 150 anni, fino a scoraggiare i dentisti intenzionati ad avvisare i pazienti dei rischi del mercurio, pena la radiazione dall'albo.

Intanto venne scoperta una nuova, misteriosa malattia: la nevrastenia. Poiché era particolarmente diffusa presso le classi medio-alte (che potevano permettersi le cure dentistiche), si pensò ad una relazione della nevrastenia con il mercurio delle amalgame.

LA SECONDA GUERRA DELL’AMALGAMA

Alfred StockNegli anni ‘20 il chimico tedesco Alfred Stock realizzò uno dei primi e più esaurienti studi sulla nocività delle amalgame. Lui stesso intossicato, scoprì il nesso tra amalgame e numerose malattie e disturbi. Pubblicò oltre 30 articoli sull’argomento, guadagnandosi credibilità e fiducia nell’ambiente accademico europeo.
Purtroppo una tragica fatalità travolse il dottor Stock: il frutto dei suoi studi fu infatti distrutto durante un bombardamento nella 2° Guerra Mondiale, e di lui non si seppe più niente.
Altri studi scientifici sulla tossicità delle amalgame furono pubblicati da Lindlair (1919), Fleischmann (1928), Maschke (1930), Borinski (1931), Haber (1928), Taft (1925), Dieck (1927), Fuhner (1927), Wannenmacher (1929).

Altre pubblicazioni contro le amalgame vennero prodotte, ma non furono mai prese in seria considerazione. Eppure il Manuale di Chimica Inorganica di Gmelin (1961) affermava: “Avvelenamenti cronici possono presentarsi in pazienti trattati con piombatura d’amalgama”.

Intanto, negli anni settanta, il dentista americano Hal Huggins poneva le basi per il suo studio sulle amalgame e gli effetti nocivi del mercurio sulla salute dei suoi pazienti.

LA TERZA GUERRA DELL'AMALGAMA

Nel 1978 nacque l’Associazione Svedese delle vittime del mercurio delle otturazioni, grazie alla quale adesso in Svezia la popolazione non porta quasi più amalgame: lo Stato si é infatti assunto il 70% delle spese della bonifica dentale di tutti gli amalgamati.

Gli studi scientifici sui danni da amalgame si sono susseguiti, fino a raggiungere il numero di ben 20.000 pubblicazioni.
Negli anni ‘80 ancora Hal Huggins studiò casi clinici incredibilmente tornati a piena guarigione con la sola rimozione delle amalgame, documentandoli personalmente. Attualmente, il dott. Huggins gestisce una struttura di cura per gli intossicati dal mercurio, assistendoli sia nella rimozione protetta delle amalgame che nella disintossicazione.


Nel 1992, la Degussa AG (produttrice tedesca delle amalgame) venne messa sotto accusa dal Pubblico Ministero Erich Schrondorf con la seguente motivazione:

“(...) Essi avevano il dovere legale di mettere in chiaro:
a) se, dati i rischi alla salute del paziente provocati da tale dispositivo impiantabile, un’ulteriore produzione di amalgama era auspicabile; e in caso di continuazione della produzione di amalgama,
b) quali contromisure si imponevano allo scopo di arginare i rischi nei pazienti trattati con amalgama.
La loro decisione é stata quella di non adempiere al proprio dovere legale. Che ciò sia avvenuto per un loro errore é da escludere sotto il punto di vista giuridico o di fatto. La dimensione assunta dai danni patologici a causa del comportamento dei produttori d’amalgama é accertabile.”

(perizia eseguita dal prof. Wasserman).

La Degussa rinunciò a produrre amalgame per la Germania, e accettò di pagare 1,5 milioni di marchi per evitare il procedimento penale.

Nel 1998 sono stati citati in giudizio in Canada i produttori di amalgama, i dentisti e il ministero della sanità.


E in Italia?
In Italia non solo manca un' informazione che metta in guardia dall’uso delle amalgame, ma esiste ancora un fronte compatto di dentisti che nega la tossicità del mercurio. limitandola ai "soggetti allergici". Lo Stato, dal canto suo, ha fatto il suo massimo emanando un pilatesco decreto di legge , il decreto Sirchia, che si limita a "sconsigliare" l’applicazione delle amalgame su donne incinte e bambini piccoli. Eppure il vapore di mercurio (la seconda sostanza più tossica del pianeta) è infinitamente più tossico e nocivo del fumo di sigaretta, vietato in tutti i luoghi pubblici.

Molti dentisti usano ancora oggi le amalgame e materiali metallici nocivi. Quanti “caduti” sul campo della guerra delle amalgame ci vorranno, prima di porre fine a tutto questo?

Leggi anche:

fonte: http://www.identiavvelenati.it/

sabato 20 febbraio 2010

CHIEDETEVI PERCHE’ MANGIAMO ANIMALI

NOTA DI Semprevigili
Alcuni punti di questo articolo non li condivido in pieno. E mi riferisco al fatto delle "influenze" dovute agli allevamenti intensivi. Di fatto non è stato dimostrato che la truffaldina influenza "suina" sia stata causata dagli allevamenti intensivi visto soprattutto che nessun animale si sia ammalato. Come giá trattato in vari articoli sempre su questo blog le cause vanno ricercate altrove.


DI JONATHAN SAFRAN FOER
repubblica.it

Come la maggior parte delle persone, ogni tanto avevo riflettuto un po' su che cosa è effettivamente la carne, ma finché non sono diventato padre e non mi sono trovato a dover prendere delle decisioni in merito all' alimentazione di qualcun altro, non avevo provato alcuna necessità pressante di andare in fondo alla questione. Sono uno scrittore e non mi era mai venuto in mente di poter scrivere qualcosa che non fosse fiction e, francamente, dubito che lo rifarò. In ogni caso, la questione dell' allevamento intensivo del bestiame è in questo periodo un argomento che nessuno dovrebbe ignorare. Essendo uno scrittore, il mio modo di prestarvi attenzioneè scriverne. Se le nostre modalità di allevamento del bestiame a scopi alimentari non sono il problema numero uno al mondo, sono sicuramente la causa numero uno del riscaldamento globale: dai rapporti delle Nazioni Unite risulta infatti che le attività legate all' allevamento del bestiame generano più emissioni di gas serra di tutti i mezzi di trasporto presi insieme.

Si tratta di sicuro della prima causa di sofferenza per gli animali, un fattore decisivo nella creazione di malattie zoonotiche come l' influenza aviaria e suina, e l' elenco potrebbe continuare. In assoluto, questo è il problema più di qualsiasi altro circondato da un assordante silenzio. Perfino le persone più riflessive e impegnate in politica e in altre cause cercano di "non sfiorare questo argomento". E a buon motivo: parlarne può essere estremamente imbarazzante.

Il cibo non è soltanto ciò che ci mettiamo in bocca per sfamarci, ma è cultura, è identità. La logica riveste sicuramente un ruolo di primo piano nelle nostre decisioni riguardanti il cibo, ma di rado è essa a indurci a determinate scelte. Dobbiamo trovare un modo migliore per parlare del fatto che mangiamo gli animali, e deve essere un modo che non ignori né accetti scrollando le spalle determinati fattori, come le abitudini, le "voglie", la tradizione famigliare e personale, ma le includa tutte nel discorso. Quanto più si permetterà a questi elementi di essere parte integrante del discorso, tanto più saremo capaci di seguire i nostri migliori istinti. Benché ci siano molti modi rispettabili di riflettere sulla carne, non vi è neppure una persona su questa Terra il cui migliore istinto quale possa spingerla verso l' allevamento intensivo. Il mio libro Eating Animals ( Se niente importa. Perché mangiamo animali? in uscita per Guanda il 25 febbraio, n.d.r.) si occupa dell' allevamento intensivo da varie prospettive diverse: il benessere degli animali, l' ambiente, il prezzo pagato dalle comunità rurali, i costi economici. Per quale motivo non vi è un numero maggiore di persone consapevoli - e arrabbiate - dell' incidenza di malattie evitabili legate al consumo di determinati cibi? Forse non sembra così ovvio che qualcosa non quadra per il semplice fatto che tutto ciò che accade così di frequente - come la contaminazione di carne, specialmente pollame, da parte di agenti patogeni - tende di fatto a sfumare in secondo piano. In ogni caso, se uno sa che cosa cercare, il problema patogeno assume una rilevanza terrificante.

Per esempio, la prossima volta che un vostro amico si prende una di quelle "influenze" improvvise - quelle che in genere si tende a descrivere erroneamente come "influenze intestinali" - ponetevi qualche domanda. La malattia del vostro amico è una di quelle che "durano 24 ore" e scompaiono velocemente dopo un po' di vomito e diarrea? La diagnosi non è semplice, ma se la risposta a questa domanda è sì, il vostro amico con ogni probabilità non ha avuto nessuna influenza. Molto verosimilmente è uno dei 76 milioni di casi di malattie dovute agli alimenti che il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ritiene scoppino in America ogni anno. Il vostro amico, insomma, non ha "preso un virus", ma "ha mangiato un virus". E, molto probabilmente, quel virus è stato creato dall' allevamento intensivo. Oltre al numero puro e semplice delle malattie riconducibili all' allevamento intensivo, sappiamo che questo tipo di allevamenti contribuisce al proliferare di patogeni resistenti agli antimicrobici, semplicemente perché in essi se ne fa grandissimo uso. Come misura di sanità pubblica studiata per limitare il numero di questi farmaci assunti dall' uomo, dobbiamo andare a farci visitare da un medico prima di ottenere una prescrizione per antibiotici e altri antimicrobici. Accettiamo questa seccatura per l' importanza che acquisisce sotto il profilo medico. I microbi finiscono con l' adattarsi agli antimicrobici e quindi vogliamo che siano le persone che veramente ne hanno bisogno e sono malate a trarre beneficio dal numero di volte che li si può usare prima che i microbi imparino a sopravvivere. In un tipico allevamento intensivo, gli animali ricevono farmacia ogni pasto.

Negli allevamenti intensivi di pollame è pressoché obbligatorio, perché gli animali sono stati allevati in condizioni tali che le loro malattie sono inevitabili e le loro condizioni di vita le favoriscono al massimo. Il settore ha individuato il problema sin dalla sua comparsa, ma invece di accettare la possibilità di allevare animali meno produttivi, controbilancia l' immunità degli animali ormai compromessa per sempre con i farmaci. Di conseguenza, gli animali cresciuti negli allevamenti intensivi ricevono antibiotici per motivi non terapeutici. In pratica, li assumono prima ancora di ammalarsi. Negli Stati Uniti, gli esseri umani ogni anno consumano circa 1.360 tonnellate di antibiotici, ma gli animali da allevamento ne assumono la stratosferica cifra di 8.074 tonnellate. Questa, per lo meno, è la cifra dichiarata dal settore. L'vUnionof Concerned Scientists ritiene che il settore riporti dati inferiori alla realtà almeno del 40 per cento. Secondo questo sindacato di coscienziosi scienziati, quindi, calcolando soltanto le motivazioni non terapeutiche, maiali, pollame e altri animali da allevamento ogni anno consumano 11.158 tonnellate di antibiotici. Questo dato risale al 2001: in altre parole, per ogni dose di antibiotici assunta da un essere umano malato, almeno otto dosi sono somministrate a un animale "sano". Le implicazioni per la creazione di agenti patogeni resistenti ai farmaci sono alquanto evidenti. Uno studio dopo l' altro conferma che la resistenza antimicrobica subentra rapidamente, subito dopo l' introduzione di nuovi farmaci negli allevamenti intensivi. Per esempio, nel 1995, quando la Food and Drug Administration approvò l' utilizzo dei fluoroquinoloni - come il "Cipro" - nel pollame, malgrado le proteste del Centro per il Controllo delle malattie, la percentuale di batteri resistenti a questa potentissima categoria di antibiotici passò da quasi zero al 18 per cento già nel 2002.

Un più ampio studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha reso noto un aumento di otto volte nella resistenza antimicrobica tra il 1992 e il 1997 e ha ricondotto questo aumento all' uso di antimicrobici nel pollame degli allevamenti intensivi. Già alla fine degli anni Sessanta, gli scienziati avevano messo in guardia dall' utilizzo non terapeutico di antibiotici nel mangime degli animali d' allevamento. Oggi istituzioni quanto mai disparate - quali l' Associazione dei medici americani,i Centri per il controllo delle malattie, l' Istituto di medicina, la divisione dell' Accademia nazionale delle scienze e l' Organizzazione Mondiale della Sanità - hanno collegato l' uso di antibiotici non terapeutici negli allevamenti intensivi con una aumentata resistenza antimicrobica ed esortano a una loro messa al bando. Il settore dell' allevamento intensivo è riuscito con successo a contrastare tale richiesta di messa al bando negli Stati Uniti. Non stupisce che negli altri Paesi divieti parziali siano soluzioni soltanto in minima parte. Vi è una ragione lapalissiana che spiega per quale motivo non è entrato in vigore il necessario divieto totale di utilizzo di antibiotici non terapeutici: il settore dell' allevamento intensivo, alleato con l' industria farmaceutica, ha più potere dei professionisti della salute pubblica. Qual è l' origine dell' immenso potere del settore? Glielo abbiamo conferito noi. Noi abbiamo scelto, inconsapevolmente, di finanziare questa industria su scala enorme mangiando prodotti animali di allevamenti intensivi. E così facciamo quotidianamente.

Jonathan Safran Foer
Fonte: www.repubblica.it
Link: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/19/chiedetevi-perche-mangiamo-gli-animali.html
19.02.2010

Traduzione a cura di Anna Bissanti

giovedì 18 febbraio 2010

GLI AMERICANI SONO PROFONDAMENTE COINVOLTI NEL COMMERCIO DI DROGA AFGHANO

DI GLEN FORD
Black Agenda Report

Gli Stati Uniti hanno preparato il terreno per la guerra afghana (e pakistana) otto anni fa, quando permisero il traffico di droga ai signori della guerra sul libro paga di Washington. Ora gli americani, agendo come il Capo dei Capi, hanno compilato liste nere dei rivali, i signori della guerra “talebani”. “È un’occupazione di bande, nella quale i trafficanti di droga alleati degli Stati Uniti sono incaricati di svolgere le attività di polizia e controllo dei confini”.

“I trafficanti di droga alleati degli Stati Uniti sono incaricati di svolgere attività di polizia e di controllo dei confini, mentre i loro rivali sono stati inseriti in liste nere americane”.


Se state cercando il capo del traffico di eroina in Afghanistan, esso è rappresentato dagli Stati Uniti. La missione americana si è evoluta in un’organizzazione di tipo mafioso che avvelena ogni alleanza militare e politica introdotta dagli USA e dal proprio governo fantoccio di Kabul.

È un’occupazione di bande, in cui i trafficanti di droga alleati degli Stati Uniti sono incaricati di svolgere attività di polizia e di controllo dei confini, mentre i loro rivali sono stati inseriti in liste nere americane, destinati alla morte o alla cattura. Come risultato di ciò, l’Afghanistan è stato trasformato in una piantagione di oppio che fornisce il 90 percento dell’eroina mondiale.

Un articolo nel numero attuale di Harper’s magazine esplora i meccanismi profondi dell’occupazione statunitense infestata dalla droga, si tratta di una dipendenza quasi totale sulle alleanze costruite con gli attori del traffico di eroina. L’articolo si focalizza sulla città di Spin Boldak, al confine sudorientale con il Pakistan, porta d’accesso ai campi di oppio delle province di Kandahar ed Helmand. Il signore della guerra afghano è inoltre a capo dei controlli ai confini e della milizia locale. L’autore è un giornalista infiltrato residente negli USA, che è stato assistito dai più importanti collaboratori del signore della droga ed ha incontrato i funzionari statunitensi e canadesi che collaborano quotidianamente con il trafficante di droga.

L’alleanza è stata costruita dalle forze americane durante l’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001, ed è perdurata e cresciuta sin da allora. Il signore della droga, ed altri come lui in tutto il paese, non è solo immune da serie interferenze americane, ma è stato rafforzato attraverso denaro ed armi di origine statunitense per consolidare i propri affari nel settore della droga a spese degli altri trafficanti rivali delle altre tribù, costringendo alcuni di loro ad allearsi con i Talebani. Nell’Afghanistan di lingua Pashtun, la guerra è in gran parte tra eserciti guidati da trafficanti di eroina, alcuni schierati con gli americani, altri con i Talebani. Sembra che i Talebani stiano avendo il sopravvento in questa guerra tra bande mafiose, le cui origini trovano le proprie radici direttamente nelle politiche degli Stati Uniti.

“È una guerra il cui ordine di battaglia è ampiamente definito dal commercio di droga”.

C’è da sorprendersi, quindi, se gli Stati Uniti compiono così spesso attacchi aerei contro le feste di nozze dei civili, cancellando gran parte delle numerose famiglie dello sposo e della sposa? I trafficanti di droga alleati dell’America hanno spiato i clan e le tribù rivali utilizzando gli americani come supporto tecnologico nei loro feudi mortali. Ora gli americani ed i loro alleati occupanti europei hanno istituzionalizzato le regole della guerra tra bande con liste nere di trafficanti di droga da uccidere o catturare a vista, liste compilate da altri signori della droga affiliati con le forze di occupazione.

Questa è la “guerra di necessità” che il Presidente Barack Obama ha abbracciato come propria. È una guerra il cui ordine di battaglia è largamente definito dal commercio di droga. I generali di Obama fanno richiesta di decine di migliaia di nuove truppe nella speranza di diminuire la loro dipendenza dalle milizie e dalle forze di polizia attualmente controllate dai trafficanti di droga alleati degli americani. Ma, naturalmente, questo spingerà gli alleati afghani dell’America tra le braccia dei Talebani, che otterranno un accordo più vantaggioso. Allora i generali sosterranno di aver bisogno di ulteriori truppe statunitensi.

Gli americani hanno creato questo inferno saturo di droga, e la loro occupazione è ora dominata da quest’ultimo. Sfortunatamente, nel frattempo hanno anche dominato milioni di afghani

Per Black Agenda Radio, sono Glen Ford. In rete, visitate www.BlackAgendaReport.com

Titolo originale: "Americans Are Deeply Involved In Afghan Drug Trade "

Fonte: http://www.blackagendareport.com
Link
24.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B.

¿Es el gobierno español paranoico?

El Plural


Lo que estamos viendo estos días es la confluencia de dos hechos. Uno de ellos es la movilización de los mercados financieros especulativos para desestabilizar el euro. El otro, es la presión ejercida por el capital financiero (es decir, la banca), así como por el mundo de las grandes empresas (y por los medios y economistas liberales afines a tales intereses financieros y empresariales) sobre el gobierno español (así como sobre otros gobiernos de la eurozona) para que responda a la crisis financiera mediante políticas liberales que favorezcan sus intereses. En ambos casos el leitmotiv del ataque se presenta como la necesidad de reducir el déficit y la deuda pública de España y de aquellos otros países que los mercados financieros consideran que están excesivamente endeudados. Su solución es la gran reducción del gasto público y de los derechos sociales y laborales de las clases populares. Es así como –según ellos- se calmarán los mercados financieros.

Estos dos hechos son una realidad fácilmente demostrable, y que no puede trivializarse a las personas que los denuncian acusándolos de paranoicos, tal como hicieron varios intelectuales (como Moisés Naim, director de la revista Foreign Policy) y economistas liberales (como Xavier Sala i Martín) en unas declaraciones realizadas a El País (02-11-10). En ellas Moisés Naim alabó, incluso, a los mercados financieros por disciplinar a los gobiernos que no hacían lo que –según él- tenían que hacer (es decir, reducir los derechos laborales y sociales). Declaraba, el que es también colaborador semanal de El País, que no era correcto “poner a los especuladores o inversores como malos y a los gobiernos como víctimas, cuando en realidad los ataques de los inversores son los que obligan a las administraciones a mantener políticas públicas sostenibles”. Una postura semejante se reproducía en el editorial de El País, titulado sarcásticamente “Bienvenido a la conspiración” que aplaudió a los mercados financieros por su impacto disciplinario sobre los gobiernos, acusando también a las voces dentro del gobierno Zapatero de haber denunciado tal hostilidad de los “mercados” de ser paranoicos.

A la luz de la profunda crisis causada por tales mercados especuladores (y de la extensa evidencia que documenta que los grupos bancarios, en su acción conjunta, fueron responsables de la mayor recesión desde principios del siglo XX), la bondad expresada hacia ellos por dichos autores es sorprendente. Tales autores dan la impresión de que no han entendido ni lo que ha estado ocurriendo todos estos últimos años, ni la crisis profunda que estamos sufriendo. Su fe liberal parece impermeable a la evidencia que les rodea.

Los llamados “mercados financieros” tienen muy poco de mercados y son instituciones e individuos con nombres conocidos. Hoy el centro de los mal llamados mercados financieros son las famosas (infames) hedge funds, fondos altamente especulativos, manejados, en parte, por grandes grupos bancarios. Cualquier lector mínimamente informado sobre temas económicos y financieros, habrá leído cómo Wall Street (el centro del capital financiero de EEUU) estuvo en el centro del escándalo de los banqueros, cuya codicia y comportamiento especulativo contribuyó a crear la crisis financiera más importante del mundo después de la Gran Depresión En realidad, estos mercados están altamente centralizados y tienen nombre propio, como Goldman Sachs, J.P. Morgan, Bank of America y otros bancos que, a través de sus influencias políticas en el Congreso de EEUU (el Comité de Finanzas del Senado de aquel país está en su bolsillo) consiguieron durante la Administración Clinton (la administración del Partido Demócrata más cercana a Wall Street que haya existido en la historia reciente de EEUU) y la Administración Bush (una de las administraciones más corruptas que aquel país haya tenido), la desregulación de la banca, lo cual quiere decir que los bancos pueden hacer lo que quieran, creando y expandiendo los hedge funds con toda una batería de instrumentos especulativos (incluyendo los famosos credit default swaps), que están en el centro de aquellos mercados financieros. Pues bien, estos “inversores” están intentando causar el colapso del euro. Y esto no lo dicen los “paranoicos” sino ellos mismos. Según declaraciones hechas al Financial Times (F.T.) (14.02.10) “varios hedge funds han informado al F.T. que han acordado posiciones conjuntas en contra del euro, basado en su lectura de la situación política en Europa y debido a su temor al deseo de regulación del capital financiero por parte de los estados". Es difícil decirlo con mayor claridad. Estos hedge funds han estado manipulando y especulando con la deuda de aquellos países. Este pasado domingo, el The New York Times (14.02.10) publicaba, en primera página, cómo Wall Street contribuyó a crear tal crisis del euro. Documenta también tal rotativo como Goldman Sachs, junto con sus aliados en el gobierno conservador griego, manipuló la deuda del gobierno heleno, ocultando su verdadero tamaño y especulando con ella de manera que agravó la crisis griega. Fue precisamente el nuevo gobierno socialista griego el que descubrió y denunció tal comportamiento, creando las represalias del “mercado financiero”. Andrew Cockburn, en otro artículo detallado en CounterPunch (13.02.10) titulado significadamente “The Economic Velociraptors” documenta cómo se está orquestando este ataque.

La presión liberal sobre los gobiernos

En cuanto a las presiones de las instituciones y autores liberales para que el gobierno español aplique medidas liberales para salir de la crisis, creo que la evidencia existente es también robusta y convincente. Sólo hace falta leer los editoriales del Financial Times y del The Economist durante estos últimos treinta años para encontrar la evidencia.. Estos dos rotativos fueron los mayores promotores de la filosofía económica liberal en Europa y, tienen, por lo tanto, gran responsabilidad en el desarrollo de la crisis financiera que ha creado una enorme miseria en el mundo. Léanse los editoriales de tales rotativos, y verán lo que han estado promoviendo en los últimos treinta años. Ambos estimularon políticas –tales como la desregulación de los mercados financieros- que llevaron directamente a la crisis. Editorial tras editorial, aconsejaron tomar las medidas que causaron el desastre mundial. Son ellos, pues, los que carecen de toda credibilidad, y es de una extrema insensibilidad autocrítica que ahora sermoneen al respecto de cómo resolver la crisis. Lo primero que deberían hacer para ganar credibilidad es hacer una autocrítica, lo cual es como pedirle peras al olmo.

Las continuas referencias a la postura editorial de tales diarios (como hacen los rotativos liberales en España) como voces de autoridad, representa un provincialismo ignorante de los hechos. Y ninguno de ellos se ha excusado por ello. Todo lo contrario. Por paradójico que parezca continúan con el mismo dogma liberal a pesar de que la evidencia de su error es extensa y abrumadora. Imagínese que una revista médica hubiera estado promoviendo un tratamiento médico que hubiera causado millones de muertos en el mundo, y que no hubiera corregido y cambiado de tratamiento. ¿Habría alguien que le estuviera escuchando o, incluso, citando como voz de autoridad? Pues esto es lo que está ocurriendo con el Financial Times y el The Economist.

Un tanto semejante ocurre con Davos, el Vaticano del movimiento liberal. En un escrito mío en Público, “La escasa credibilidad de Davos” (11.02.10) señalaba los errores y manipulaciones que había realizado un informe de Davos, sobre la competitividad de la economía española, en la que ésta aparecía por los suelos, a nivel de países del tercer e incluso cuarto mundo. Las falsedades de este informe alcanzaban niveles nunca vistos antes en dichos medios, tales como señalar que el conocimiento de matemáticas y ciencias en España está a la cola de la mayoría de los países del mundo, a nivel del cuarto mundo (PISA muestra que España está ligeramente inferior al de los países más ricos del mundo). Tal informe estaba dirigido por el mismo Xavier Sala i Martín, que niega en unas declaraciones que el gobierno español esté sujeto a ninguna presión internacional de los mercados y asociaciones e instituciones internacionales, los cuales –según Sala i Martín- responden de una manera lógica y razonable frente a lo que él define como la raíz del problema, es decir, la supuesta excesiva proximidad del gobierno Zapatero con los sindicatos, que dificulta que se hagan los cambios que los mercados y él desean.

Todos estos autores, rotativos, agencias y medios comparten la ideología liberal (que es la ideología del capital financiero y del mundo empresarial), promovida también en nuestros rotativos de mayor difusión. De ahí su acción coincidente, que tiene como objetivo común: disminuir el nivel de vida de las clases populares aplicando medidas de gran austeridad que les permitan salir de la crisis en términos favorables a sus intereses. Cuando el grado de coincidencia es tan amplio, no hace falta ninguna conspiración o conjura. Tal ideología les define, motiva y marca lo que promueven y creen en ello, pues coincide, y justifica sus intereses. Lo que es frustrante es que el gobierno Zapatero parece estar creyéndose lo que sus críticos liberales le dicen, tomando toda una serie de iniciativas (desde la reducción del gasto público –que es una nota de suicidio en estos momentos de gran recesión- hasta las reformas del sistema de pensiones) que, como bien ha dicho el Premio Nobel de Economía, Joseph Stiglitz, no tienen nada que ver con la crisis del euro o de la economía española.

Fuente: http://www.elplural.com/opinion/detail.php?id=43459

www.rebelion.org

UN ATTACCO (FINANZIARIO) PREVENTIVO

DI SAMUEL
Rebelion.org

Va bene , la lotta di classe c’è, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendoWarren Buffet, citato dal The New York Times, 26 novembre 2006.

È bastato che qualcuno ottenesse qualche beneficio e rinforzasse la propria situazione – col denaro pubblico – a far sì che i banchieri tornassero all’ovile di Davos, dove tra le varie cose han dimenticato qualsiasi pretesa di cambiare i dettami e di rinunciare ad alcuni privilegi. Quando di fronte alla pressione pubblica i governi osano parlare di Tobin Tax e simili, i “mercati” devono dare una mano. Come dice Nicolas Sarkozy, dobbiamo “moralizzare il capitalismo”, cosa che, a quanto pare, viene vista come una demonizzazione del deficit pubblico – come ai vecchi tempi di Maastricht -, come una colpevolizzazione degli anziani che osano vivere senza svolgere più un lavoro retribuito e dei lavoratori che rifiutano l’ennesima riforma del mercato lavorativo, e come una criminalizzazione di determinate categorie di immigranti.

Per quanto tentino di convincerci del contrario, la cosiddetta crisi finanziaria riflette una crisi sistemica del capitalismo, e questo implica un aspetto essenzialmente politico di governabilità. Nel pieno delle turbolenze dovute al crack finanziario del 2008, molti cercarono di distogliere la nostra attenzione, ma ora, con cifre leggermente positive del PIL, vogliono che guardiamo la realtà con occhiali distorti.


[Paesi che han superato – temporaneamente- la recessione, paesi che continuano in recessione economica e paesi il cui PIL non ha smesso di crescere. Fonte: The Guardian]

Negli ultimi mesi, i neoliberisti più duri si sono rialzati, sicuri di sé, come se non fosse successo nulla. Nello scontro ideologico per “salvare” il capitalismo troviamo, da una parte, i Warren Buffet che, come nell’era Bush dei regali fiscali, pretendono di continuare a guadagnare senza scendere a compromessi o fare concessioni; e dall’altro, quelli che si preoccupano di risolvere le contraddizioni del capitalismo, di integrare l’antagonismo sociale, e di assicurare la sua sostenibilità con l’adozione di un New Deal. Ma tutti vogliono minimizzare le trasformazioni democratiche.

La bolla immobiliare e i derivati finanziari han permesso negli ultimi trent’anni di compensare la perdita del potere d’acquisto dei salari e hanno abbozzato un metodo di valutazione – e di controllo – della produzione biopolitica della società. Se i Keynesiani scommettono sulla domanda, per via della spesa pubblica, i neoliberisti speravano – e sperano ancora – che la creazione delle plusvalenze dei mercati finanziari tramite l’indebitamento generalizzato, anche degli strati più poveri o precari (e con un maggior rischio di insolvenza), svolgano lo stesso ruolo. Ma se, come succede adesso, le finanze non riescono a compensare la diminuzione del salario medio, si finirà per erodere la base sociale della produzione e col mettere in pericolo quegli stessi privilegi che si vogliono mantenere. Ecco la grande contraddizione del capitalismo contemporaneo:

Guadagni diseguali incompatibili, con la necessità di ampliare la base finanziaria per continuare a sviluppare il processo di accumulo. Questa contraddizione non fa altro che mettere in evidenza gli eccessi della vita di buona parte dei soggetti sociali alla sussunzione [del capitale] (che siano già divisi singolarmente o ben definibili in segmenti di classe)” *

La crisi europea, con i recenti attacchi speculativi in cambio del debito sovrano dei paesi mediterranei, è un buon esempio di queste contraddizioni, e della difficoltà di trovare un’uscita politica con le attuali strutture neoliberiste di governo. La stampa spagnola cita Paul Krugman quando questo sostiene che è la Spagna, e non la Grecia, l’epicentro della zona euro, ma ignora volontariamente il fulcro della sua argomentazione, ossia che il problema non è l’irresponsabilità fiscale della Grecia o della Spagna (che aveva il famoso surplus contro la crisi e il cui debito pubblico si continua oggi a confontare con gli altri paesi dell’OCSE), ma bensì il fatto di avere “un’unione monetaria senza un’integrazione fiscale e del mercato del lavoro”. Ossia, senza un’integrazione politica. Un New Deal come quello voluto dai neokeynesiani come Krugman, è possibile solo in una cornice sovranazionale che in Europa non esiste, nonostante il Trattato di Lisbona. Questo ha notevoli conseguenze per paesi come la Spagna.

- La Spagna non può svalutare la propria moneta. Si sapeva già dall’adozione dell’euro che a meno di poter realizzare aggiustamenti sul tasso di cambio nominale, gli investitori avrebbero preteso un aggiustamento sul tasso di cambio reale comprimendo prezzi e salari (basta pensare a quello che è successo in Lettonia). Se la Germania può fare aggiustamenti sul cambio nominale, è perchè esporta la crisi nella periferia europea. Come affermano Pascal Canfin, Daniel Cohn-Bendit e Sven Giegold su Le Monde, in una zona economicamente integrata come la zona euro, i deficit degli uni sono gli eccedenti degli altri.

- Gli Stati europei periferici, inoltre, non possono neanche contare su trasferimenti federali come succede alla California o alla Florida negli Stati Uniti. Il budget comunitario non può superare l’1% del PIL, mentre il budget federale statunitense arriva al 20%. Il rifiuto di appoggiare la Grecia con fondi budgetari dell’Unione Europea è legato all’ossessione di mantenere tale tetto budgetario, che potrebbe crollare se si rispondesse alla valanga di domande di aiuti.

- Nella cornice del fallito patto di stabilità e crescita, il governo spagnolo – più papista del Papa – si vede costretto a portare il deficit pubblico sotto il 3% entro qualche anno, sebbene paesi come Germania o Francia non l’abbiano fatto quand’era necessario, mentre la Banca Centrale Europea, nella sua politica monetaria continua a ritenere prioritario il contenimento di un’inflazione inesistente.

- La fiscalità degli Stati, ereditata principalmente dall’epoca fordista, si basa su un’imposta indiretta o diretta – sul reddito – che non è progressiva, giusta e tantomeno sufficiente. Come ricorda Martín Seco, il deficit pubblico spagnolo – come quello di altri paesi – si deve fondamentalmente al calo della riscossione, non alla spesa pubblica. Tale deficit continua a essere più basso di quello di altri paesi della zona euro. E la banca spagnola, che esige un taglio dei salari, non dice che l’indebitamento in Spagna è soprattutto privato


[Debito pubblico in percentuale del PIL, nel 1997 e 2007. Il debito pubblico spagnolo in relazione al suo PIL è relativamente basso in confronto agli altri paesi dell’OCSE. Fonte: http://krugman.blogs.nytimes.com/2010/02/05/the-spanish-tragedy/]

In mancanza di entrate via imposte, gli Stati sono ricorsi all’emissione di obbligazioni a tasso variabile per appoggiare il sistema finanziario, creando le condizioni per una nuova bolla. Amara ironia: i creditori privati hanno accettato questa congiuntura e le carenze politiche della zona euro, per fomentare la sfiducia sulle capacità degli Stati di rimborsare il loro debito e attaccare in questo modo i sistemi di protezione sociale in Europa. Non che vogliano solo avere grandi benefici, come George Soros quando provocò la svalutazione della sterlina nel 1992; il loro obiettivo è imporre determinate politiche. Vogliono evitare che i governi facciano politiche di stimolo della domanda attraverso la spesa pubblica e soprattutto vogliono evitare qualsiasi evoluzione politica che implichi una riappropriazione collettiva della ricchezza prodotta socialmente.

L’attacco finanziario, dunque, deve essere considerato un attacco preventivo, quello che i mafiosi chiamerebbero “una lezione”. Basti pensare all’atteggiamento dei giornali finanziari: “Se questa volta il giovane Papandreu sbaglia, la Grecia verrà punita ancor più duramente”, avverte The Economist. Se gli investitori si accaniscono sulla Grecia non è per l’incompetenza o la corruzione dei suoi governi, ma per la sua “debolezza” rispetto alla pressione sociale che reclama cambi radicali, debolezza messa in evidenza dal cambio elettorale dell’ottobre 2009. Già nel dicembre 2008, a qualche giorno dallo scoppio della gran rivolta che si sviluppò in tutto il paese dopo la morte di Alexandros Grigoropulos, l’interest spread (che viene coperto in base al tipo di interesse delle obbligazioni tedesche) raggiunse i livelli più alti da quando la Grecia aveva adottato l’euro. Nel caso spagnolo, si teme che in futuro il governo possa imbarcarsi in politiche “sbagliate”, cosa che il presidente della Banca Santander, Emilio Botín (gran protettore – e beneficiario- di José Luis Rodríguez Zapatero) si è affrettato a smentire. Finchè le faville come quella greca non infiammano l’Europa, non ci sarà nulla da temere, nonostante i milioni di disoccupati. La Spagna non sarà la nuova Argentina o Islanda! Botín, come già fece Buffet a suo tempo, ha ben chiaro in testa chi, al momento, impone il proprio volere. Noi continuiamo a discutere su come dimostrare che si sbagliano.

* "Nulla sarà come prima. Dieci tesi sulla crisi finanziaria", Andrea Fumagalli

Titolo originale: "Un ataque (financiero) preventivo"

Fonte: http://www.rebelion.org/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

martedì 16 febbraio 2010

HONDURAS, SEMI DI VERITA'





Esly Banegas, dirigente del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare, consegna la bandiera del Fronte ai compagni del Circolo della Tuscia
Un altro mondo non solo è possibile. Sta arrivando. Nei giorni tranquilli, lo sento respirare.
(Arundhati Roy)
Portare la luce a chi sta nell'oscurità, nell'ombra della morte. Avviare i passi sul sentiero della verità.
(Bibbia)

Dice il superstizioso che il 17 non porta bene. Noi che superstiziosi non siamo abbiamo confermato la fallacia dell’assunto: il 17 porta benissimo per un’informazione che non sia serva o complice delle balle dell’Impero. Specie se si tratta di 17 su 20. Infatti, in 20 giorni, con Esly Banegas, dirigente sindacale e membra del direttivo del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare in Honduras, abbiamo percorso qualche migliaio di chilometri per portare a quanta più gente possibile la storia di un colpo di Stato, della conseguente dittatura, della straordinaria resistenza di un popolo a questo inizio della controffensiva Usa tesa a recuperare ciò a cui, a partire dalla rivoluzione cubana, l’imperialismo aveva dovuto rinunciare nel Continente. Una storia pervicacemente occultata o deformata dall’informazione ufficiale e dal mondo politico. E siamo orgogliosi del fatto che di queste 17 iniziative, dal Nord al Sud del paese, ben dieci erano state volute e magnificamente organizzate dai circoli di Italia-Cuba. Segno che in questa trincea, presieduta dai compagni dei nostri circoli, la coscienza internazionalista e la determinazione a stare accanto ai grandi movimenti di liberazione ed emancipazione dell’America Latina è viva più che mai, a dispetto di abbandoni, perdite di memoria, ignavia.

Nell’oceano gelato del silenzio su ciò che non aggrada ai grandi media e ai loro padrini, il nostro tour ha avuto la funzione del rompighiaccio, portando ovunque le immagini e la viva voce della testimone di uno degli accadimenti più drammatici e geopoliticamente significativi verificatisi nello scenario latinoamericano. Il 28 giugno dell’anno scorso, in Honduras, si è tornati di colpo all’11 settembre del 1973, giorno che segnò per l’America Latina, con l’uccisione di Salvador Allende e l’installazione in Cile del dittatore Augusto Pinochet, l’inizio della nixoniana e kissingeriana “Operazione Condor”, accompagnata da dittature filo-yankee in tutto il Cono Sud. Dittature sanguinarie che, con le successive oligarchie pseudo democratiche, dovevano imporre nel “cortile di casa degli Usa” la predatrice economia neoliberista ambita della multinazionali, dal FMI e dalla Banca Mondiale. Al termine di quell’operazione, nei paesi dell’America Latina la ricchezza si era in media polarizzata in questi termini: il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, l’80% di arrabattava ai margini della sopravvivenza con il residuo 10%. Un quadro tragico, di oppressione, fame, miseria, devastazione economica, sociale, culturale, morte, nel quale la sola Cuba resisteva indefessa, sia nella sua lotta in difesa delle grandi conquiste della rivoluzione, sovranità e giustizia sociale, sia nell’intervento, ovunque nel mondo ce ne fosse il bisogno, per la promozione di sanità, istruzione, benessere.

Ciò che il mio documentario, girato nell’immediato dopo-golpe, in piena esplosione di rivolta delle masse honduregne, e il racconto di una testimone, impegnata in prima fila nella resistenza alla dittatura, portavano al pubblico italiano era la storia dell’esordio di una nuova cospirazione alla Kissinger, un’ “Operazione Condor II”, lanciata da Washington in risposta alla travolgente avanzata, nel segno del modello cubano e della nuova spinta bolivariana del Venezuela, di milioni di persone del Cono Sud verso la sovranità dei loro paesi e l’uscita dall’esclusione e dallo sfruttamento. La cacciata del presidente Manuel Zelaya, colpevole di aver attuato riforme economiche e sociali a vantaggio dei ceti emarginati (l’Honduras è il secondo paese più povero del Continente, dopo Haiti), di aver ripreso rapporti di amicizia con Cuba (i cui medici e insegnanti erano presenti a centinaia nel paese), di essere entrato nell’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America (ALBA), era stata seguita dalla piena cilenizzazione dell’Honduras. Esly ha commentato le immagini della brutalità repressiva del regime sotto l’usurpatore Roberto Micheletti, parlandoci delle cariche alle insopprimibili manifestazioni di protesta, giorno dopo giorno per 7 mesi, degli quadroni della morte composti anche da paramilitari colombiani e guidati da esperti del Mossad israeliano, degli assassinii, sequestri di persona, torture, stupri di prigioniere politiche, sparizioni, violazioni di tutti i diritti umani, tutti compiuti nel silenzio omertoso di quella che si permette di definirsi “Comunità internazionale”, pur rappresentando meno di un ottavo dell’umanità.

Ha smascherato il complotto progettato per una cosmesi “democratica” del golpe, attraverso finti negoziati, però sistematicamente sabotati dai gorilla della giunta e dagli inviati di Hillary Clinton, e finte elezioni (29 novembre), alle quali, sotto la minaccia delle baionette e dei licenziamenti, aveva partecipato appena il 30% degli aventi diritto. Ne è uscito un nuovo fantoccio dell’oligarchia, Porfirio Pepe Lobo, dell’ultradestro Partido Nacional, ma la risposta del popolo si è vista in un boicottaggio elettorale, indetto dal Fronte della Resistenza, che ha visto la stragrande maggioranza rifiutare il ricatto e la frode imposti dalla dittatura.

Ma Esly ci ha anche esaltato alla narrazione dell’incredibile resistenza di massa, del tutto inattesa in un popolo che, dalle stragi Contras degli anni’80, quando un’intera generazione era stata annientata, non era più apparso sulla scena della politica nazionale e internazionale. Il 28 giugno 2009 è esploso quanto si era accumulato di collera e presa di coscienza in genti, indigene, creole, meticce, lasciate ai margini della vita e oltre quelli della dignità, da quando la “repubblica delle banane” dell’United Fruits, oggi Chiquita, era servita, oltre alla depredazione multinazionale e oligarchica di tutte le sue ricchezze, come base d’assalto Usa contro Cuba (Baia dei Porci), il Nicaragua dei sandinisti, il Salvador del Fronte Farabundo Martì, il Guatemala degli inenarrabili massacri dei regimi fascisti istigati dagli Usa. Ci ha spiegato come ci fosse stato un precedente della rinascita. Nel 1998 l’uragano Mitch devastò il paese e produsse migliaia di vittime. Lo Stato, detto “delle 10 famiglie” che depredano il paese, rimase inerme e inetto davanti al disastro. Si mossero invece una miriade di organizzazioni locali o di categoria, fino allora impegnate nelle rivendicazioni di settore, che si unirono in un unico sforzo coordinato, di riparo ai danni, di soccorso ai feriti e a senzacasa, di riconnessione dei fili di una comunità nazionale frantumata dalla strategia padronale e dalla furia naturale. Un’unità di interesse e di visione che è rimasta e dalla quale è fiorito spontaneamente quel gran concorso di uomini, donne, associazioni, sindacati, collettivi, lavoratori, contadini, indigeni, artisti, insegnanti, femministe, studenti, che ha saputo opporre ai golpisti e alle mene imperialiste una forza che ha sorpreso il mondo e che, perciò, gran parte del mondo ha taciuto.

Ai circoli che hanno voluto, con ammirabile impegno e generosità, ospitare la nostra iniziativa, è venuto in cambio la consapevolezza del significato che il golpe ha per l’America Latina tutta e per il mondo. In un momento in cui si rinnova e si rafforza l’assedio Usa a Cuba, ancora una volta soffocata dal blocco, si accerchia il Venezuela bolivariano con sette basi nel colonia Usa Colombia, quattro in Panama, due nelle Antille Olandesi, si provocano movimenti destabilizzanti contro i governi progressisti di Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Nicaragua, si occupa militarmente Haiti con il pretesto del terremoto, anche per porsi a un tiro di sasso da Cuba, si attiva la IV Flotta Usa contro le coste caraibiche e sudamericane, il complotto contro l’Honduras membro dell’ALBA segnala lo scatenamento dell’offensiva nordamericana per riprendersi ciò che i popoli hanno strappato all’impero. Per gli Usa si tratta di spegnere quella luce in fondo al tunnel che, a partire da Cuba e dal Che, l’America Latina aveva acceso a beneficio di tutti i popoli che soffrono l’oppressione, le rapine, l’aggressione, dei potenti del mondo. Quando, a Bracciano, ha chiuso il suo viaggio con il Circolo della Tuscia, organizzatore del tour, Esly ci ha fatto una richiesta: “Non abbandonateci”. Infatti, non ci conviene.

lunedì 15 febbraio 2010

Inganni e bugie radioattive

Prof. Gianni Tamino* – tratto da “Terra e Aqua” gennaio-febbraio 2010

Essere contro il nucleare non significa essere a favore dell'energia fossile o del metano. Siamo per un rapporto completamente diverso tra società ed energia, che deve partire dalla riduzione dei consumi energetici attraverso l'eliminazione dello spreco e l'aumento dell'efficienza energetica.
Se non parte da qui, non c'è soluzione. Non c'è dubbio che l'esaurimento dei petrolio sia un problema, ma è un problema che hanno creato gli stessi che ora ci propongono il nucleare; quando denunciavamo l'assurdità di usare fonti non rinnovabili, ci rispondevano che tanto, prima o poi, si sarebbero trovate altre riserve, nuove fonti e si sarebbe risolto.

CHI VUOLE IL NUCLEARE CONFONDE ENERGIA ELETTRICA CON ENERGIA
L’energia elettrica è una piccola quota dell'energia che utilizziamo.
Quasi un terzo dell'energia importata serve per produrre l'energia elettrica, ma un terzo abbondante serve per riscaldare acqua, produrre calore che può essere prodotto in modo conveniente, senza usare fossili nè nucleare. Solo eliminando gli sprechi attuali nei consumi per far raffreddamento e riscaldamento delle case avremmo un risparmio di energia estremamente più elevato di quello che nei prossimi anni potrebbe darci, forse, il nucleare. Lo stesso vale per il sistema trasporti che è fra i più energivori.
La stragrande parte di energia non è elettrica, il nucleare affronta solo la questione elettrica (che è sul 15% come consumi finali, ma i suoi usi obbligati sono sul 12 %) che è una piccola quota dei problema.

NON E’ VERO CHE IL CICLO NUCLEARE NON PRODUCE CO2
Perchè alcuni anni fa addirittura in ambienti vicini all'ambiente si è cercato di dire che forse era meno peggio usare il nucleare? Il ragionamento era: siccome le fonti fossili, basate sulla combustione, producono CO2, aumentano l'effetto serra ed in questo momento i cambiamenti climatici sono un problema molto rilevante, usiamo il nucleare perché non produce CO2
Ma c'è un errore (a parte considerare solo l'energia elettrica): si considera la centrale isolata dal contesto (vale anche per le fonti rinnovabili), senza valutarne il ciclo di vita e il bilancio energetico.

Per capirci faccio un ragionamento sul solare, a cui siamo favorevoli ma di cui dobbiamo anche capire i limiti. I primi pannelli solari fotovoltaici erano sbagliati perché consumavano più energia di quanto ne producevano, perché l'obiettivo era garantire energia nei sistema dei satelliti: il fotovoltaico nasce come tecnologia spaziale. Che il satellite abbia energia è fondamentale, che questa sia ottenuta con più energia di quanto ne dà è irrilevante per chi vive dentro il satellite.
Oggi, pur con una ricerca insufficiente dei fotovoltaico, il bilancio è di 4 a 1, cioè consumo 1 di energia e ne ottengo 4, per cui siamo in buone condizioni, anche se siamo sotto l’eolico, che ne dà 20 a 1 e può molto migliorare.

IL CICLO DELL'URANIO
Vediamo ora quale è il bilancio dell'energia nucleare: dobbiamo partire dalla miniera ed arrivare all'eliminazione dei rifiuti, tenendo conto di tutti ì consumi di energia, gli impatti ambientali, sanitari e fare anche un conto economico.
Partiamo dalla miniera e ci rendiamo conto (basta pensare ai filmati sul Niger) di cosa sta succedendo alle popolazioni e alle foreste nigeriane per effetto delle miniere di uranio, quali sono i disastri sanitari cui sono esposti i lavoratori e le popolazioni. Cose simili sono accadute in Canada, dove peraltro si usavano tecnologie più avanzate. L’uranio si estrae dalle rocce frantumandole nelle miniere.

Qual è la percentuale di uranio che si estrae? Se siamo fortunati lo 0,1 %, perché le miniere più ricche si sono esaurite. Ma se andiamo sotto lo 0,05 secondo alcuni (o lo 0,02 per altri) l'energia necessaria per tutte le fasi d'estrazione è cosi alta che la produzione di energia elettrica della centrale non compensa l'energia usata nel ciclo estrattivo.
Inoltre è anche economicamente non conveniente. E' vero, di uranio ce n'è tanto; anche di oro ce n'è tantissimo, ma l'estrazione di oro dal mare è così costosa che nessuno la fa; lo stesso vale per l'uranio: bisogna vedere qual è la quantità energeticamente ed economicamente utilizzabile.

Oggi, sulla base dei dati in possesso, l'energia disponibile dall'uranio è meno della metà delle riserve di metano, che sono, più o meno, quanto le riserve di petrolio. Se usassimo oggi tutto l'uranio, l'esaurimento energetico arriverebbe in tempi più brevi che con il petrolio o il metano. Va aggiunto che il valore di energia disponibile dall'uranio è meno della metà di un millesimo dell'energia che in un solo anno ci manda il sole.
Il sole ci manda energia tale che, se riuscissimo ad utilizzarla per un millesimo, avremmo in un anno due volte tutta l'energia che da qui al suo esaurimento può provenire dall'uranio. Se usassimo l'uranio come unica fonte per le esigenze energetiche dei mondo si coprirebbe, come tempo, un anno e mezzo. Mentre se usassimo l'energia solare, in un anno copriremmo le esigenze energetiche dei mondo per oltre tre anni, e ne avremmo ancora, per altri 4 miliardi di anni...

Ovvio che nessuno pretende di usare l'energia solare al 100% altrimenti la sottrarremmo alle piante. Ma la parte che utilizzano le piante dell'energia solare che arriva è tra l'uno per mille e l'uno per cento!
Se noi usassimo l'uno per mille, avremmo più energia rispetto ai consumi attuali (che dobbiamo ampiamente diminuire perchè lo spreco è alto).
E' insufficiente la ricerca rispetto ad un utilizzo dei solare, ma pensare che il solare sia insufficiente, quando, in un solo anno, è enormemente di più di tutte le altre fonti insieme, è pazzesco.

NUCLEARE "CIVILE" E MILITARE
Va aggiunto che l'uranio da utilizzare è l'uranio 235, che è lo 0,7 % dei totale dell'uranio che si estrae e per usarlo devono utilizzare quelle "centrifughe" che ci mostrano spesso, quando denunciano il "pericolo iraniano”. Altri paesi l'avevano fatto ampiamente e si sono muniti della bomba atomica come Israele, Sudafrica, India e Pakistan.
Anche l'Iraq l'avrebbe fatto e l'Italia aveva già iniziato a mandargli i materiali negli anni Ottanta poi, Israele, che aveva fatto la stessa cosa, si è messo di mezzo. Questo per ricordare che l'energia nucleare "civile" è un sottoprodotto di quella militare.
L'Italia ha accettato, con il trattato di non proliferazione, di non produrre il combustibile, dunque siamo totalmente dipendenti dall'estero per il combustibile attivo, il che vuoi dire che, se non dipendiamo più, per esempio, dallo sceicco o dal russo per il metano, dipendiamo da chi arricchisce l'uranio. Dunque nessuna autonomia.
Torniamo alla roccia, allo 0,7 %, col problema dell'arricchimento; va aggiunto il problema del trasferimento dell'uranio e dei passaggio fino alla centrale.
La centrale deve essere costruita e consuma energia e se non dura almeno i 35 anni previsti non tornano i conti.

IL REFERENDUM E’ ARRIVATO A NUCLEARE GIA’ FALLITO
Dicono che è colpa dei referendum dei 1987 se sì è persa una quantità enorme di energia. Ma nel 1986 la centrale di Caorso era già chiusa, non era in grado di funzionare, la centrale dei Garigliano non era mai entrata in funzione, ma ha consumato un sacco di energia producendo un sacco di radioattività nella zona. Di fatto con il referendum abbiamo sancito il fallimento dell'avventura nucleare italiana che ha consumato più energia di quella prodotta.
Inoltre abbiamo collaborato con la Francia per il Superphoenix, che è stato un fallimento e costruito il Pec del Brasimone e l’impianto di Latina: potete capire lo spreco che abbiamo fatto e riproporre oggi un avventura dei genere vuoi dire ignorare il fallimento italiano. Abbiamo chiuso un sistema antieconomico e non abbiamo perso alcuna opportunità.

IL FALSO RISPARMIO DEL NUCLEARE
La centrale nucleare ha costì enormi e tempi lunghissimi. Per la centrale in costruzione in Finlandia i tempi si stanno dilatando e i costi stanno più che raddoppiando. In ogni caso sono tempi e costi ben più ampi di quelli annunciati dal governo italiano. Se non ci riescono i finlandesi, non si capisce come dovrebbe riuscirci il governo italiano, che ha già fallito.
Se si valutano i costi reali di una centrale si vede che anche il mito dei risparmio dei nucleare è una falsità. Se la centrale non dura 35 anni è un fallimento e dobbiamo aggiungere i costi dello smantellamento. L’unico esempio di smantellamento è in America ed è costato il doppio della costruzione: i lavoratori che devono smantellare un impianto così pericoloso devono fare in fretta, lavorare una giornata e poi avere ampi periodi di sosta per cercare di tutelare la loro salute. L’UE, per smantellare una centrale in Lituania ha previsto costi doppi della costruzione.

SE E’ COSI’ ANTIECONOMICO PERCHE' VIENE PROPOSTO?
A parte alcuni che vogliono costruirsi una bomba o che vogliono sostituire impianti esistenti - vedi la Francia - nel mondo oggi nessuno propone più il nucleare. La Germania ha scelto che le centrali che sì esauriscono non vengano sostituite. In Asia è stata annunciata, a gennaio, la decisione di chiudere in anticipo una centrale perché non aveva senso continuare a mantenerla attiva, e non si è deciso la costruzione di nuovi impiantì. Quindi in Europa, salvo la Finlandia e una ipotesi in Francia, non si sta assistendo a nessuna scelta di questo tipo. In America non si stanno proponendo nuove centrali dal 1979.

Quelle che sono state costruite erano già in programma; Bush aveva provato a dare degli incentivi a chi voleva costruirne, nessuno li ha chiesti e Obama li ha eliminati ricordando i costi enormi dei deposito dei rifiuti nucleari. Nessuno al mondo ne ha mai realizzati. Gli unici al mondo che ci stanno provando sono gli Stati Uniti con enormi difficoltà, pur avendo deserti e luoghi molto più idonei dei nostri. Alle condizioni attuali, l'uranio, per alimentare le centrali esistenti, durerà meno di petrolio e metano e, se costruiamo centrali in più, si esaurirà ancora prima.
Dal punto di vista energetico, il bilancio è negativo: quanto costa tenere, per migliaia di anni, i depositi di rifiuti? C'è un enorme consumo di energia non elettrica (che oggi è fossile) in tutte le fasi (dall'estrazione nelle miniere, allo smantellamento delle centrali) e il deposito scorie.
Perciò, che il nucleare riduca l'emissione di CO2, vale per la centrale, ma se si valutano tutta l'energia utilizzata, dalla miniera al deposito dei rifiuti, non si può certo dire che una centrale nucleare produce il 50% in meno di emissioni di una centrale a fossili. Più il tenore in uranio nelle rocce diminuisce e aumentano i sistemi di sicurezza, la produzione di CO2 si avvicina a quella di una centrale classica.
Se oggi decido una centrale nucleare, ci vogliono dai 12 ai 15 anni come minino perché entri in funzione (non siamo certo più bravi degli altri) e, in tutta questa fase, usiamo energia fossile che aumenta la CO 2. L’emissione di CO2 eventualmente risparmiata, ci sarà non prima di 35 anni, ma il problema dei cambiamenti climatici deve essere risolto molto prima.

L'AFFARE NUCLEARE ALL'EST
Costruire centrali oggi sarebbe un fallimento economico, sanitario, energetico e dal punto di vista delle emissioni di CO2. Allora perché qualcuno propone di farlo? L'Enel possiede più di 6 centrali nucleari: 2 in Slovacchia, 4 in Spagna e una partecipazione in Francia. L’accordo tra Francia e Italia è una sorta di pour-parler tra due capi di stato per fare gli interessi di due aziende private. li vero business è realizzarne qualcuna anche in Italia, ma soprattutto nuove centrali nei paesi dell'Est in sostituzione delle vecchie centrali tipo Cernobyl,come quelle dell'Enel in Slovacchia e altre nuove centrali per Serbia e Albania: lì non hanno nessun tipo di controllo, mancano le strutture idonee. Realizzarlo lì è follia totale. Ci dobbiamo opporre alle centr-ali nucleari dovunque, non solo nel nostro territorio.

A CERNOBYL NON E’ FINITA
Il problema di Cernobyl andrà avanti per decenni perché non è certo risolto. Avete visto i bambini che giungono da quei luoghi e sappiamo le migliaia di morti: la AIEA, che è pro-nucleare, conferma che finora 1800 bambini sono stati colpiti da cancro alla tiroide). La centrale sta sprofondando e rischia di creare disastri ben maggiori, il sarcofago entro 190 anni non terrà più, dovrà essere fatto qualcos'altro, ma i costi sono pazzeschi e nessuno vuote intervenire.

I "NORMALI" INCIDENTI IN FRANCIA
Ma parliamo anche della normale attività: ricorderete l’incidente in Francia l'anno scorso a Tricastin. Io ero casualmente là e l'impresa francese disse non era successo niente, in realtà si trattava di una quantità enorme di acqua contaminata da uranio radioattivo: dopo 20 giorni l'Ente di controllo francese ha chiuso l'impianto. Noi dovremmo costruire con una società che nega i pericoli di fronte all'evidenza.

IN QUALI SITI?
Per essere raffreddata, una centrale nucleare da 1.600 megawatt ha un bisogno d'acqua enormemente maggiore di un centrale termoelettrica. Con la siccità dei 2008 bisognava decidere se usare l'acqua per le centrali idroelettriche o per l'agricoltura.
Se ci fossero state centrali nucleari sul Po, avremmo dovuto chiuderle, con un costo economico e un rischio ambientale enormi: le operazioni più rilevanti per una centrale nucleare sono spegnere e accendere. Una persona che non sia folle non proporrebbe mai di costruire una centrale nucleare in un posto con tali potenziali condizioni di siccità. In Italia probabilmente le centrali si possono costruire solo sul mare; vedo solo o il delta Po o sul mare, tipo Montalto (sito già approvato).

LA FRANCIA SVENDE L'ENERGIA
I filo-nucleari dicono che abbiamo un costo dell'energia elettrica molto più alta dei francesi; è sia vero che falso. Il costo dell'energia elettrica italiana è dovuto all'inadeguatezza dei nostro sistema elettrico in particolare delle nostre linee: abbiamo linee che hanno uno spreco del 12, 13 % nel trasferimento dell'energia elettrica. Importiamo energia elettrica dalla Francia perchè le centrali nucleari sono "rigide" producono energia anche quando non serve; perciò di notte ce la vendono sotto-costo. Il cosiddetto basso costo dei nucleare francese è un sottoprodotto dei nucleare militare, la "force de frappe" voluta dal gen. De Gaulle.
L'Italia, con i bacini idroelettrici, ha maggiore flessibilità, possiamo modulare la produzione, e ci conviene importare l'energia elettrica quando è "buttata via”.
Non si dice però che anche noi esportiamo energia elettrica alla Francia. L'Italia ha una potenza superiore al consumo di punta, ed è in grado di fronteggiare la domanda. La Francia invece produce molta energia elettrica ma è vulnerabile nel picco. la Francia ha imposto a molte aziende il riscaldamento con energia elettrica e, in un inverno freddo come quest'anno, non è stata in grado di coprire il suo fabbisogno, sono intervenute Germania e Italia.

* Gianni Tamino, docente di Biologia all’Università di Padova E' stato membro della Camera dei Deputati e membro del Parlamento Europeo dal 1995 al 1999, dove ha seguito in particolare la Normativa Comunitaria in tema di Biotecnologie. Membro del Gruppo di lavoro del Ministero delle politiche agricole sugli OGM.

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