lunedì 25 marzo 2013

La colpa non è del debito pubblico..

“Fare il bagno nella vasca è di destra far la doccia invece è di sinistra…”

Parafrasando Gaber si potrebbe continuare ….è evidente che inflazionare tende a destra mentre svalutare svolta un po’ a sinistra…Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra…
Questo  è  un  po’  quello  che  succede  quando  l’ideologia  si  incontra  con  la  morale  o  meglio quando si mescola con certi luoghi comuni fin troppo radicati anche in persone che invece dovrebbero guardare i fenomeni con un occhio più disincantato e possibilmente scientifico.
Soprattutto  riguardo  a  questi,  il  cantautore  ci  ricorda  anche  che  “è  evidente  che  la  gente  è poco seria quando parla di sinistra o destra”, o fa considerazioni sull’inflazione.
Intanto è bene ricordare che i due concetti, per quanto parenti, sono distinti, diverse persone infatti li confondono, anche chi per ruolo o professione dovrebbe averli ben chiari.

Si  ha  inflazione  quando  i  prezzi  di  beni  e  servizi  aumentano  misurati  in  una  stessa  divisa, mentre si svaluta una divisa nei confronti di un'altra quando occorrono più euro, per esempio, per comprare un dollaro.
E’ chiaro che visti dall’estero i due fenomeni si compongono, ma la storia ci insegna che non sono affatto correlati. Se ad esempio in Italia c’è un inflazione al 3% e l’euro si rivaluta del 10%  rispetto  al  dollaro  in  un  anno,  per  un  americano i  beni  italiani  saranno  aumentati  del 13%; motivo per cui non sarà invogliato a comprare una fiat. Viceversa, se con l’inflazione si ha un evento di rivalutazione del dollaro sempre del 10% (ad esempio a fronte di un momento di  panico sui  mercati finanziari che spinga i  capitali in  cerca  di  sicurezza) il  prezzo dei  beni italiani, visti da New York, diminuirebbe del 7%. Come avrete già capito, questi fenomeni non sono buoni  o  cattivi  in  sé,  ma  in  rapporto  ad  altre grandezze, al nostro stipendio per esempio.

La moneta unica rappresenta strutturalmente una media delle dinamiche inflattive dei diversi paesi dell’eurozona, quindi per alcuni risulterà sottovalutata (quelli con minor inflazione) mentre per altri sarà sopravvalutata (quelli a maggior inflazione); quelli nei quali una valuta propria si svaluterebbe proprio a causa della maggiore inflazione. 
Come  è  chiaro  che  i  paesi  con  inflazione strutturale  maggiore,  nel  tempo  diventeranno meno competitivi ed i loro prodotti meno richiesti, quindi   anche   meno   prodotti,   con   conseguente incremento della disoccupazione.



Fig. 1 - inflazione in Europa dal 1980

Visto che moneta unica non significa inflazione unica, alcuni paesi tenderanno a perdere competitività  e,  anche  se  con  il  progetto  europeo  si  è  avuta  una  forte  convergenza  come  si evince  dalla  fig.1,  questa  non  è  stata  sufficiente  perché  tali  differenziali  non  si  sono  mai annullati e sono stati quasi sempre a vantaggio della Germania (con limitate e temporanee eccezioni).  Per  quanto  detto  quindi  l’euro-marco  risulta  quindi  sottovalutato  rispetto  ad  un marco indipendente. Non stupisce quindi che i prodotti tedeschi siano più competitivi e per noi convenienti con la nostra euro-lira. Se poi rivalutare fa tanto ‘economia superiore’ perché non rivalutano un po’ anche i tedeschi, aumentando lo loro inflazione?

Alla fine tutta questa (nostra) convenienza produce debito estero, in capo alle banche che ci fanno credito per acquistare le golf.
Vi chiederete come fanno i tedeschi a controllare la loro inflazione così bene? Attraverso una strategia iniziata negli anni ’50, denominata “mercantilismo monetario” con cui la Germania privilegia le esportazioni ed il surplus commerciale come vero vanto nazionali, al cui successo concorrono diverse istituzioni, dai sindacati alla Bundesbank.
Gli elementi che concorrono a determinare l’inflazione sono diversi e trattarli richiederebbe più spazio di quello che abbiamo a disposizione; ci limiteremo a dire che un modo efficace per contenerla è ridurre il reddito disponibile, ovvero ridurre il salario. A questo in Germania ci ha pensato  la  riforma  Hartz  creando  milioni  di  mini-job  a  400€  al  mese  e  molto  precariato.  In Italia abbiamo fatto del nostro meglio (ma una che piagnucola in parlamento non può certo competere con un Hartz) e si può dire che siamo un po’ attardati ma sulla giusta via.

Riassumendo, in Italia c’è una corrente luogo-comunista che ritiene ‘svalutare’ un peccato mortale - per le tradizioni padane è meglio ‘tener duro’ anche sui ‘valori monetari’ - ma non riflette su due punti fondamentali:
1.   quando si fa una media dei valori delle proprie monete originali, per qualcuno è al ribasso (svaluta) come l’euro-marco mentre per altri e al rialzo (rivaluta) come per noi
2.   chi svaluta vende all’estero mentre chi rivaluta chiude le fabbriche (vi torna?)

Certamente un paese votato all’export come il nostro avrebbe interesse ad avere una valuta più  debole  (e  non  più  forte  come  vorrebbe  il  luogo-comunismo  dei  celoduristi  monetari)  in modo da rendere i prodotti all’estero e le vacanze in Italia un po’ più economici per viene dall’esteri.
In presenza di monete nazionali svalutare è una decisione del governo e/o della banca centrale che mette in circolo più moneta, come ha fatto la svizzera nel novembre 2011.
È storicamente provato che l’effetto dei due approcci sul paese è alquanto diverso: mentre svalutare  disincentiva  le  vacanze  in  Norvegia  e  attrae  turisti  in  Italia,  le  deflazioni,  coi conseguenti lunghi periodi recessivi, sono state sempre risolte molto a destra dalla SStoria.

Dobbiamo  quindi  decidere  che  Europa  vogliamo:  un  club  competitivo  basato  sulle  privazioni delle sue classi salariate e sul lavoro precario o una comunità collaborativa in cui i paesi economicamente più forti aiutano gli altri sulla via dello sviluppo?

Perché se abbiamo in mente la seconda c’è parecchio lavoro da RI-fare.

Sultan

sabato 15 ottobre 2011

E ora tocca all'Iran

di Enrica Perucchietti

“Gli Stati Uniti non escludono nessuna opzione” ha dichiarato il Premio Nobel per la Pace Barack Obama, in merito alla vicenda del presunto complotto iraniano per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington.

Già, perché questa volta il casus belli è un fantomatico complotto che per la Casa Bianca sarebbe stato organizzato nientemeno che dal governo iraniano. E come nel caso della diffusione ufficiale della notizia della morte di Osama bin Laden – anche se era la nona volta che un Presidente o un alto dirigente governativo ne annunciava la morte! – i Media hanno subito ribattuto come oro colato le conclusioni del Pentagono in merito alla sicurezza nazionale. Senza batter ciglio la notizia di un complotto che avrebbe coinvolto addirittura il Governo di Teheran, è rimbalzato di quotidiano in TV, senza che nemmeno un giornalista si fermasse un attimo ad esaminare l’assurdità della notizia. Assurda perché per quanto si faccia di tutto per far passare come un idiota Ahmadinejad, non è così folle da suicidarsi e trascinare il Paese in una guerra che non potrebbe mai vincere. Al massimo potrebbe scatenare un armageddon in stile Dottor Stranamore…

Secondo perché i conoscenti, famigliari, amici, colleghi di uno dei due presunti terroristi, Arabsiar, ora rinchiuso nel carcere di New York, sono rimasti sconcertati dalla notizia, dichiarando che costui “si perdeva sempre le chiavi e il telefono cellulare. Non sarebbe stato capace di eseguire un piano del genere”. Il presunto attentatore è stato bollato con sincerità come un "opportunista" ma non come un “killer calcolatore”. In primis perché non ne avrebbe avuto motivo: venditore di auto di seconda mano in Texas, non era un fanatico, né, a quanto pare, era in grado di organizzare un'operazione di tale portata, che dall'Iran al Messico, fino a Washington, avrebbe avuto ripercussioni mondiali. Ciò non esclude che possa essere rimasto coinvolto in un piano internazionale più grande di lui, ma bisognerebbe capire da chi sia stato orchestrato. Dal Pentagono o da Teheran? Perché dobbiamo sempre credere a priori alla veridicità delle affermazioni di Washington, quando la storia ci insegna che gli USA hanno mentito all’opinione pubblica e agli alleati numerose volte soltanto a partire dalla guerra in Vietnam? Forse perché l’America adotta ancora oggi la pena di morte, tortura i prigionieri, controlla i propri cittadini in barba alla privacy, prevede di inserire microchip sottocutanei nella popolazione a scopo “terapeutico”, dimostrando di essere civile quanto un leone affamato davanti a una gazzella azzoppata? O perché ha in corso ben tre conflitti principali in Iraq, Afghanistan e Libia, colpo di coda di un impero in declino che per continuare a sussistere non può che continuare a espandersi?

Perché mai questo Paese modello di civiltà, moralità e democrazia “da esportazione” dovrebbe essere più affidabile dell’Iran? Perché ci hanno abituato ad avere timore dello straniero, degli arabi, dei musulmani, dell’Islam in generale? Perché dopo aver trascinato anche il nostro Paese in una guerra inutile quanto assurda contro i talebani, radendo intanto al suolo l’Afghanistan in modo che non si possa risollevare per i decenni a venire senza i miliardari appalti di ricostruzione americano-europei, ora dovremmo sostenere senza battere ciglio qualsiasi “opzione” Washington deciderà di attuare?

Ora, avendoci gli inquilini della Casa Bianca abituati negli anni a prendere cantonate, a detronizzare vecchi alleati o a raccontare balle di stampo geopolitico – come nel caso di quelle armi di distruzione di massa che mentre faticavano a saltare fuori legittimarono però l’invasione dell’Iraq – una maggiore meticolosità nelle indagini sarebbe forse preferibile all’ennesimo conflitto “emotivo” in Medio Oriente, che potrebbe – evidentemente – causare la Terza Guerra Mondiale.

Va bene che ogni Paese oggi ha il suo bel da fare tra crisi economica e crisi di governo, ma sdegnare il rischio di trascinare il mondo intero nel caos – o peggio nella distruzione totale – per cecità o censura mediatica imposta dall’alto o dalle mazzette è da scellerati. Meglio disturbarsi di parlarne fino allo svenimento che trovarsi a cose fatte in mezzo alle macerie. Anche perché il decennio post 11 settembre ci ha abituato a fantomatici “attentati” sventati o effettivamente consumati le cui cause erano invece da rinvenire in agenti provocatori appartenenti all’intelligence americana – FBI, CIA, Pentagono. Nulla di cui meravigliarsi: fa tutto parte della strategia geopolitica. Chi c’è dentro lo sa benissimo, e non ne fa neppure segreto. Si chiamano false flags le false operazioni che vengono pianificate per ottenere uno specifico risultato: risollevare un Presidente in calo nei sondaggi (si veda la voce, uccisione senza cadavere di Osama bin Laden), giustificare un’azione bellica (Iraq, Afghanistan), manipolare l’opinione pubblica (11/9), restringere la privacy dei cittadini (Patriot Act), intimidire gli Stati non allineati con la politica americana o addirittura rei di accordi con la Russia di Putin (strage di Oslo).

Per riscrivere i confini del prossimo quanto imminente Nuovo Ordine Mondiale, bisogna “sacrificare” qualche vita e qualche capro espiatorio per manipolare l’opinione pubblica con i false flags e con la guerra del terrore permanente che destabilizzi i cittadini. Peccato che a prevedere quanto sta succedendo in questi mesi, settimane, giorni, sia stato proprio il mentore di Obama, il vecchio stratega polacco Zbigniew Brzezinski, che non ha mai nascosto le sue intenzioni belliche al mondo da quando sosteneva il diritto degli USA a conquistare il globo: semplicemente il mondo non si è preoccupato di ascoltarlo. Quando Hannah Arendt parlava di “banalità del male”, includerei non solo la censura più vile del giornalismo di Stato, ma anche il nostro atteggiamento quotidiano di accidia: troppo pigri per approfondire le notizie che non siano di mero gossip preferibilmente morboso, troppo impegnati ad arrivare a fine mese e sbarcare il lunario, ci siamo lentamente atrofizzati la coscienza critica, accettando passivamente le “opzioni” più scellerate. Così, sconvolti dall’eccidio dell’11/9 abbiamo accettato per il “nostro bene” per la “nostra sicurezza” di inviare le “nostre truppe” a invadere un Paese che non c’entrava nulla – l’Afghanistan – per dare la caccia a un fantasma – Osama bin Laden – per poi ampliare l’invasione all’Iraq dell’ex alleato Saddam Hussein, fino alla Libia del Colonnello Gheddafi, che - almeno in Italia e Francia - abbiamo molto, troppo recentemente accolto con tutti gli onori (e baciamano).

Ma la memoria storica è più succinta della moralità dei nostri regnanti, troppo concentrati in Bunga Bunga per ritagliarsi spazi per governare. Ma mentre in Italia ci illudiamo ancora che esista qualche differenza destra e sinistra, il caro Obama ci ricorda con le sue promesse disattese punto per punto (e ci vuole una certa astuzia per impegnarsi categoricamente nell’adempiere l’esatto opposto di quanto promesso) che cosa significhi dipendere dagli assegni milionari dei Gruppi di Potere: Banche, in primis, multinazionali del petrolio, degli OGM, della Difesa, aziende farmaceutiche, studi legali, compagnie di assicurazione. Già. Quando si contrae un debito col Diavolo, costui presto o tardi passerà a riscuotere. Non ci saranno cortei angelici a salvare i novelli Presidenti, perché di Faust ce n’è stato uno solo e di Kennedy con “le palle” solo due, John Fitzgerald e il fratello Robert: infatti sono stati uccisi entrambi per il proprio coraggio. Per aver tentato almeno di ribellarsi a quel Governo Ombra che detiene l’Agenda politica ed economica internazionale. Allora si trattava di ribellarsi contro la Mafia che ne aveva facilitato l’elezione, di richiamare le truppe dalla guerra in Vietnam, di far cessare gli esperimenti nucleari, di abbattere il signoraggio. Invece il burattino Obama predica bene e razzola l’opposto, costretto a ricambiare con favori i soldi della (sua) campagna elettorale più dispendiosa della storia. Ed è ora di concentrarsi sulla nuova: come fare se il popolo degli indignados assedia Wall Street e accerchia le abitazioni dei miliardari? Come fare se la disoccupazione invece di calare è salita oltre il 9%? Si prepara una nuova guerra. La notizia della morte di Osama bin Laden procurò a maggio un’impennata nel gradimento del Presidente che prima del 2 maggio era in caduta libera. Coincidenze? Manna celeste caduta sull’unto delle masse dei diseredati (traditi fin da subito per il salvataggio “senza garanzie” delle Banche too big to fail, troppo grandi per fallire)? E dire che a sollevare i primi dubbi sul presunto omicidio dello Sceicco del Terrore (senza corpo da identificare) era stato proprio il Governo di Teheran, che sicuramente è di parte, ma forse tanto scemo non è…

Oggi ci troviamo a non tentare nemmeno di opporci a due guerre decennali – Iraq e Afghanistan – che ormai sono diventate routine (per noi, un po’ meno per coloro che là vivono sotto i bombardamenti dei droni, la carestia, le epidemie), al più recente conflitto in Libia, all’imminente invasione dell’Iran. A cui seguirà la Siria, già nel mirino della Casa Bianca. Perché guarda caso, quando vengono resi noti questi falliti attentati, i piani di conquista del Paese di turno - che viene accusato di essersi reso colpevole di un peccato capitale o di tradimento - esistevano già da mesi, se non da anni, sulle scrivanie dei vari Presidenti americani. Proprio come i piani di invasione di Iraq e Afghanistan che attendevano, a dirla secondo Brzezinski, una “nuova Pearl Harbour” che compattasse l’opinione pubblica verso il nemico costruito a tavolino con un false flag appunto. E così avvenne allora, come forse sta per avvenire ora: l’11/9 sconvolse a tal punto l’opinione pubblica da legittimare l’intervento bellico. E la teoria della guerra preventiva stava diventando storia. Una storia che il nostro ossimoro vivente, Obama che stringe con una mano il Nobel per la Pace, con l’altra firma piani di invasione, ha imparato molto bene.

Entrare in guerra contro l’Iran significherebbe ora dare l’avvio alla Terza Guerra Mondiale, mandando in fumo i trattati di pace israelo palestinesi e impegnando le truppe americane ed europee in un evidente accerchiamento di Russia e Cina (che lo stesso Bill Clinton ha recentemente definito “la nostra banca” avendo comprato la maggior parte del debito americano) nella corsa alla conquista del Medio Oriente. Ciò varrebbe come reazione non solo la chiamata alle armi e il compattamento di tutto l’Islam, ma un’ipotetica reazione di Russia e Cina. Obama sembra infatti intenzionato, applicando alla lettera la teoria della guerra preventiva, a “perseguire” i responsabili. Ora, si potrebbe anche involarsi ad accettare la veridicità di un ipotetico coinvolgimento del governo iraniano nel complotto, se non fosse che il nostro vecchio stratega Brzezinski il 2 febbraio 2007 davanti alla Commissione Esteri del Senato USA mise in guardia da un “plausibile scenario per una collisione militare con l’Iran”. Eccolo, di nuovo: sempre lui. Novella Cassandra che parla e prevede fin nei minimi particolari, dalla Pearl Harbour che fu l’11/9 come “occasione” (citando Cheney e Rice) per oliare il motore dell’espansionismo americano, alla prossima tappa in terra iraniana – che però Brzezinski non vuole. Dunque? Soltanto un espediente per isolare sepre più l’Iran a livello internazionale? Ma che cosa prevedeva questo scenario? Ce lo ricorda Pino Cabras dal sito di megachip:

Includeva «il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran». Nel 2007 la critica di Brzezinski puntava molto in alto, lamentando, sull’Iraq, «il fatto che le principali decisioni strategiche vengono prese in un circolo assai ristretto di persone, forse non più delle dita della mia mano. E sono questi individui che hanno preso la decisione iniziale di andare alla guerra». E nel caso dell’atto terroristico ipotizzato, era la prima volta che una voce americana di così straordinaria autorevolezza, considerava "plausibile" che qualcuno, in seno agli apparati di governo statunitensi, potesse organizzare un attacco contro gli Stati Uniti, in modo da attribuire poi il tutto a qualche nemico esterno e provocare una guerra.

Ora il nuovo ombelico del terrorismo internazionale è l’Iran. Dieci anni fa le montagne afghane. Poi è stata la volta dell’Iraq. Ora, non c’è dubbio, è l’Iran – parola del Pentagono.
Se le accuse contro Teheran fossero confermate, si tratterebbe della violazione della Convenzione Onu sulla protezione del personale diplomatico, firmata anche dal governo iraniano. In tal modo gli Usa o l'Arabia Saudita potrebbero chiedere l'estradizione del secondo presunto terrorista coinvolto nella vicenda: quello sfuggito all'arresto. Se Teheran si rifiutasse, il caso potrebbe finire al Consiglio di sicurezza o alla Corte internazionale dell'Aja. Ma se ciò avvenisse, non ricorderebbe un po’ il rifiuto del Mullah Omar di consegnare bin Laden, seppure non corressero buoni rapporti tra i due? La ciclicità degli eventi è evidente. Le conseguenze anche. Ma noi preferiamo continuare ad aspettare una fantomatica catastrofe dal cielo piuttosto che vedere che se la fine del Mondo dev’essere, sarà umana, fin troppo umana.

fonte: disinformazione.it

martedì 23 agosto 2011

IL SACCO D'ITALIA

Fonte: Dalla parte del torto - 22/06/2011

Dedichiamo questo post al prossimo governatore della BCE Mario Draghi,detto anche Mr.Britannia.Complimenti e auguri

Era il
1992, un anno decisivo per la recente storia italiana. All'improvviso un'intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant'anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo.

Né le denunce, né le proteste popolari né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca,immaginiamoci un semplice mariuolo alla Mario Chiesa. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.

Mentre l'attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese. Con l'uragano di "Tangentopoli" gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l'Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese.
Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d'Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata "privatizzazione".

E ancora.Nel
maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. Probabilmente, le tecniche d'indagine di Falcone non piacevano a certi personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell'anno.

L'omicidio di un simbolo dello Stato così importante come Falcone,significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell'élite di potere internazionale. Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati (anche Borsellino 19 luglio) : "Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura... Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi... è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove".

Quell'anno l'élite anglo-americana voleva rendere l'Italia un paese completamente soggiogato e dominato dal potere finanziario.

2 giugno del 1992, panfilo Britannia, in navigazione. A bordo c'erano alcuni appartenenti all'élite di potere anglo-americana, e i grandi banchieri a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, tra i quali Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Gall.

Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane. La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.Un grande cambiamento in effetti ci fu. I banchieri angloamericani erano venuti a “fare la spesa”, ossia a comprarsi i gioielli dell’industria pubblica italiana a buon mercato.In lire svalutate lorsignori comprarono i gioielli dell'industria italiana,IRI in testa. Insomma: una strategia concertata.

Cominciò il Fondo Monetario Internazionale (altro organismo che mette sul lastrico interi paesi) che, come aveva fatto da altre parti, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. La Standard & Poor’s declassò il debito italiano.

L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane. A causa di questi attacchi, la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull'Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d'Italia. C'erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell'élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d'Italia.

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d'Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.

Nel giugno 1992 si era intanto insediato il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: appunto le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.(strano che il braccio destro di Craxi,uscìsse indenne dalla bufera mani pulite.Il non poteva non sapere per lui non valeva).

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.

Il 31 luglio 1992 viene abolita la scala mobile. Il 9 settembre il governo chiede al Parlamento di approvare una legge delega che gli consenta di cancellare spese, aumentare tasse, bloccare i salari pubblici ogni volta che la Banca d'Italia dichiari l'emergenza economica.

Il 13-17 settembre, si è in piena crisi: svalutazione della lira e successiva uscita dallo SME, il sistema monetario europeo. Per arginarla il governo Amato è costretto a varare una legge finanziaria da 100.000 miliardi (aumento dell'età pensionabile, aumento dell'anzianità contributiva, blocco dei pensionamenti, minimum tax, patrimoniale sulle imprese, prelievo sui conti correnti bancari, introduzione dei ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta comunale sugli immobili (Ici), blocco di stipendi e assunzioni nel pubblico impiego, privatizzazioni ecc..).

A fine anno l'ineffabile Scalfaro annuncia "un nuovo rinascimento". Roba da non credere!!!

Come già accennato,a seguito dell'attacco speculativo contro la lira e della sua successiva svalutazione, le privatizzazioni sarebbero state fatti a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell'economia nazionale e dell'occupazione. L'agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l'intero procedimento di privatizzazione.

Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato. I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l'allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l'allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all'allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.

Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la "necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo", pur sapendo che l'Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.

Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico-finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite finanziaria.

Nel 1996, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, riferiva che l'Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché "se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco".

Denuncia dell'élite internazionale,e getto della spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell'élite anglo-americana.

Anche negli anni successivi, avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore.
Pensate che l'Italia conquistò il record mondiale delle privatizzazioni: sui 460 miliardi di dollari del giro d'affari planetario di questo business negli anni '90,circa 100 miliardi di dollari erano imputabili a noi.

La vendita Telecom fu l'operazione piu' grossa mai conclusa in Europa. Nel settore del gas e dell'elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300.

Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.

Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva "risanare il bilancio pubblico", ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).

Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.

Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell'élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l'acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell'ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi.

La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche, e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.

Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.

Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio era disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.

La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti. La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano.

Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all'interno società con sede alle isole Cayman, che, com'è noto, sono un paradiso fiscale.

Mettere un'azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com'è emerso negli ultimi anni.

Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.

La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l'onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati. Dietro tutto questo c'era l'élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell'economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori.

Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il controllo di altre società o banche. Esemplare il caso Parmalat e Cirio.

Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie con un alto margine di rischio. La Parmalat emise bonds per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.

Alla fine, questi complici della truffa non han pagato praticamente nulla, con tanti saluti alla giustizia italiana.

Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.

Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere. Un polverone che è servito solo a consentire il saccheggio e a rimuovere un sistema politico che lo ostacolava o comunque non in linea con i desiderata angloamericani.

Il nostro paese è oggi controllato realmente da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (
Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.

Questo, a grandi linee, è quanto veramente successo in quel
1992 che ha cambiato in peggio tutta la storia italiana. Il resto sono solo chiacchiere di stampa e politica, entrambe asservite, buone solo per la credulità del parco buoi, quello che in fondo paga sempre per tutti.

Uno dei pochi articoli di giornale di quell'anno che parla del convegno sul
Britannia, lo presenta ovviamente quasi come un convegno istruttivo o stage per giovani managers!!!. (3 giugno 1992, Inglesi in cattedra: "privatizzazioni? fate coem da noi")
A distanza di tempo, stessa cosa per il Club Bilderberg. Libertà dalla stampa!!!!
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Ci vuole un cieco per non vedere come tutti gli avvenimenti di quell'anno non siano in qualche modo collegati.Troppe coincidenze,e tutte nella stessa direzione.


Resta il fatto, che Draghi tenne un discorso a quella riunione, in cui disse esplicitamente che il principale ostacolo ad una "riforma" del sistema finanziario in Italia era rappresentato dal sistema politico.


Guarda caso, dopo la crociera sul Britannia partì l'attacco speculativo contro la lira e l'uragano di Mani Pulite che proprio quel sistema politico abbatté.


Certo è che lo svegliarsi improvviso della magistratura, che per anni aveva ignorato e insabbiato, sembra sia avvenuta proprio in un momento opportuno per fare “PiazzaPulita” di una classe politica con velleità italiote, e per ottenere le “ManiLibere” di fare entrare i governi dei “tecnici”, gli amici della Goldman e soci. E qua,consentiteci anche di tirar in ballo il tanto vituperasto Craxi.

Di sicuro un Craxi, per quanto corrotto, non avrebbe mai siglato un patto così scellerato, quello di svendere tutto il comparto nazionale produttivo del paese, lui che tenne testa agli americani nella vicenda dell’Achille Lauro, negando loro l’accesso al nostro territorio per attaccare i sequestratori della nave, e portando avanti le trattative con i terroristi nonostante il veto del presidente Reagan, sempre lui che negò agli Usa la base di Sigonella.


E, infatti, proprio qualche anno prima Craxi era stato duramente criticato dagli ambienti angloamericani, quegli stessi che non si privano mai d’interferire nella nostra politica interna per salvaguardare i loro interessi.


Chi tocca i fili Usa muore! (E' successo perfino al presidente del FMI)

Ed è bene anche ricordare al solito popolo cornuto, mazziato e festante, che quando Craxi in Parlamento (mica ad annozero) invitò in pratica ad alzarsi chi non avesse preso tangenti, nessun prode mezzacartuccia italiota si alzò. Questo tanto per fare un po' di storia che le ipocrite tricoteuses attuali dimenticano.

Con l’aiuto della stampa iniziò una campagna martellante per incutere il timore nel popolo italiano di “non entrare in Europa”, manco non fossimo stati tra i Sei paesi fondatori…


Una campagna a cui presero parte attva “The Economist” e “Financial Times, fogli al servizio dei saccheggiatori. Ora come allora.

Te la raccomando la stampa inglese e i soliti fessi,o molto interessati, laudatores nostrani!


E questa è ormai storia, tant’è vero che sull’episodio del “panfilo Britannia” vi furono le interrogazioni parlamentari di alcuni parlamentari, rimaste naturalmente senza risposta.


Fu l’inizio dell’era dei governi tecnici, dopo 40 anni di regime DC, con il “tecnico” Ciampi, il tecnico Amato, il tecnico Prodi.


Il governo doveva, a tutti i costi essere “tecnico”, pur di non fare arrivare al potere neanche un’idea, che fosse tale e che lo fosse per il bene del paese.


In questo "bene" invece rientrò l'allontanamento di Enrico Cuccia, Mediobanca, che si oppose alla svendita di Sme caldeggiata da Prodi. Si è poi visto come é finito questo colosso alimentare.


Lo stesso Prodi, che dal 1990 al 1993 fu consulente della Unilever e della Goldman Sachs, quando nel maggio del 1993 ritornò a capo dell’IRI riuscì a svendere la Cirio Bertolli alla Unilever al quarto del suo prezzo. Indovinate chi furono gli advisors! Uomini della Goldman, che vi hanno lavorato sono, oltre a Costamagna e Prodi, Monti (catapultato alla carica di Commissario), Letta, Tononi e naturalmente Draghi. Sicuramente ce ne sono altri; molti nostri uomini politici se non hanno lavorato per la Goldman, lavoravano per l'FMI, come Padoa Schioppa, presidente della BEI, Banca europea per gli Investimenti
.


La classe dei tecnici, fedeli servitori delle banche e dei circoli finanziari angloamericani, il cui motto era “privatizzare per saccheggiare”. Quella della condizione di tecnicità per accedere al potere fu un imperativo talmente tassativo, da riuscire nell’intento di dividere il PCI, con una fetta che divenne sempre più “tecnica”, sempre più British, sempre più amica delle banche, sempre più PD.

Il premio di tutta questa svendita, prevista per filo e per segno, fu la nostra “entrata in Europa”, ovvero la cessione della nostra già minata sovranità monetaria dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea, per una moneta, l’euro che, con il tasso iniziale di cambio imposto e troppo elevato, è all'origine di tante attuali sciagure.

Queste sono informazioni che dovrebbero essere divulgate e spiegate in lungo e in largo dalla stampa, ma che invece ha sempre occultato.


Le anime belle e buone parleranno di complottismo, che vediam congiure dappertutto...


Rassicuriamole, questi marpioni possono fare, hanno fatto e faranno anche di più e di meglio...

Fonte: Dalla parte del torto - 22/06/2011

martedì 26 luglio 2011

DA LEE OSWALD A LEE OSLO, VIA “GLADIO” ?

DI WEBSTER TARPLEY
tarpley.net

Erano più di uno a far fuoco sull'isola. Un’esercitazione sull’esplosione di bombe appena conclusa a Oslo. Forse una vendetta della NATO per la decisione della Norvegia di non bombardare più la Libia?

I tragici attentati terroristici in Norvegia presentano un certo numero di segni rivelatori di una provocazione false flag (sotto falsa bandiera, NdT) . È stato riferito che - sebbene i media mondiali stiano cercando di focalizzare l’attenzione su Anders Behring Breivik in veste di assassino solitario nella tradizione di Lee Harvey Oswald - molti testimoni oculari concordano sul fatto che un secondo tiratore era all’opera nel massacro presso il campo estivo giovanile di Utøya, fuori Oslo .



È anche emerso che una unità speciale di polizia aveva condotto una simulazione o esercitazione, nel centro di Oslo, che includeva la detonazione di bombe: esattamente ciò che ha causato il massacro a poche centinaia di metri di distanza poco più di 48 ore più tardi. Ulteriori ricerche rivelano che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti stavano conducendo un vasto programma di reclutamento di ufficiali in pensione della polizia norvegese con lo scopo presunto di disporre atti di sorveglianza all'interno del paese. Questo programma, noto come Unità di sorveglianza e rilevamento SIMAS, ha fornito un tramite perfetto per la penetrazione e la sovversione della polizia norvegese da parte della NATO.

È inoltre presente un movente per l'attacco: come parte del suo tentativo di far crescere una politica estera indipendente, compreso l’imminente riconoscimento diplomatico di uno stato palestinese inserito in un riavvicinamento generale con il mondo arabo, la Norvegia stava guidando gli stati più piccoli della NATO che intendevano tirarsi fuori dalla coalizione di aggressori imperialisti che sta attualmente bombardando la Libia. La Norvegia aveva programmato di mettere fine a tutti i bombardamenti e agli altri assalti contro le forze di Gheddafi non più tardi del 1° agosto.

Infine, l’operazione CIA consistente in rivelazioni parziali controllate (limited hangout, nell’orig., NdT), nota come Wikileaks, ha già fornito un caso prefabbricato e pubblicamente disponibile per incompetenza e illeciti contro l'attuale governo norvegese, che sta facendo tutte queste cose, sotto forma di una serie di dispacci reali o manipolati che documentano la presunta negligenza di questo governo nell’affrontare la minaccia terroristica, il tutto secondo la visuale dei funzionari del Dipartimento di Stato USA.

Il giornale VG di Oslo: "Diversi" testimoni oculari affermano che c’erano due tiratori sull'Isola

Come si è visto, la stampa mondiale e i media della scuola anglo-americana si sono immediatamente fissati su Breivik come un caso esemplare di assassino solitario dello stesso stampo di Lee Harvey Oswald, Sirhan Sirhan, e tanti altri. Il problema per i mitografi del terrore è che, nella maggior parte di questi casi, vi sono credibili se non schiaccianti prove che queste figure non avrebbero potuto agire da sole. Tra i più recenti assassini solitari, Breivik potrebbe essere paragonato al maggiore Nidal Hasan di Fort Hood, in Texas, la cui sparatoria con carneficina risale al novembre 2009. Hasan è accusato di aver ucciso sette persone. A quel tempo, si ritenne degno di nota che Hasan era riuscito a uccidere così tanti soldati armati nella base militare. Ma i primi rapporti suggerivano che c'era un altro se non altri due sparatori oltre a Hasan. Come accade di solito, questi tiratori supplementari furono presto cancellati dalla versione dominante nei media. ">[1]

Nel caso norvegese, la prova che Breivik non era da solo a rivendicare il suo tributo spaventoso di vittime è chiara e convincente. Ecco alcuni estratti da un articolo pubblicato dal quotidiano di Oslo VG:

«Molti dei giovani che erano presenti al dramma della sparatoria di Utøya, hanno riferito a VG di essere convinti che ci debba essere stato più di un esecutore. Marius Helander Roset la pensa così: - “Sono sicuro che si sparava da due diversi punti dell'isola, contemporaneamente”, ha dichiarato.

Testimoni: - C’erano due persone

La polizia ritiene che Anders Behring Breivik (32 anni) sia l'esecutore vestito da poliziotto, e lo hanno incriminato per due attacchi terroristici. I giovani intervistati da VG descrivono un esecutore aggiuntivo, che non indossava l'uniforme della polizia. La persona che li seguiva era alta circa 180 centimetri, aveva folti capelli scuri e un aspetto nordico. Aveva una pistola nella mano destra e un fucile sulla schiena. – “Io credo che ci fossero due persone che stavano sparando”, sostiene Alexander Stavdal (23 anni) ....

Alla conferenza stampa di sabato mattina la polizia ha affermato che ci sarebbero potuti essere diversi esecutori e ha sottolineato che c'è un'indagine in corso» [2]

La presenza di un secondo tiratore è ovviamente più scomoda per la teoria dell’assassino solitario, in quanto rappresenta la prova incontrovertibile di una associazione cospirativa criminale, l'elemento essenziale che la copertura mediatica è generalmente ansiosa di evitare. Nel caso norvegese, i riferimenti a un secondo sparatore sembravano essere sufficientemente persistenti anche 36 ore dopo l'evento principale, tanto da poter far resistere qualche speranza che la versione ufficiale possa essere interamente abbattuta sulla base di questo particolare.

La polizia aveva svolto esercitazioni facendo brillare delle bombe nella stessa area pochi giorni prima

Un altro segno rivelatore critico di un'operazione false flag proviene dallo svolgimento di simulazioni o esercitazioni, ufficialmente per fini di controterrorismo - da parte della polizia o dei militari contemporaneamente all'attacco terroristico, o poco prima che l'attacco terroristico vero e proprio iniziasse. A volte, le esercitazioni o simulazioni in ordine ad atti terroristici sono programmate in modo da iniziare poco dopo il momento in cui l'attacco terroristico effettivo avviene. In questi casi si scopre spesso che la sedicente esercitazione o simulazione anti-terrorismo contiene un'azione simulata o un evento che ricorda fortemente l’attacco terroristico nel mondo reale, quello che uccide davvero la gente. I media poi faranno riferimento a un’incredibile coincidenza o a una concomitanza strana, ma la realtà è che l’esercitazione terroristica è stata presa o rivoltata in diretta nella forma di uccisioni reali. Il segreto sta nel fatto che l’esercitazione con copertura legale è stata utilizzata per condurre o ricalcare il massacro reale attraverso un apparato governativo le cui risorse sono necessarie per eseguire l’atto terroristico, ma in cui ci sono molti funzionari ai quali non si consente di sapere cosa stia succedendo.

Gli eventi in Norvegia forniscono un esempio molto chiaro di questo principio. A Oslo, una potente bomba è esplosa dentro o vicino all'edificio che ospita l'ufficio del Primo Ministro. Esattamente come ci aspetteremmo, unità speciali anti-terrorismo della polizia si esercitavano con l’esplosione di bombe in una zona vicina della capitale norvegese poco più di 48 ore prima. Il pubblico non era stato informato in anticipo, ma ha scoperto quello che stava accadendo quando ha iniziato a sentire le bombe martedì e mercoledì, mentre la bomba principale è esplosa venerdì. Ecco cosa riferisce il giornale Aftenposten:

«Poliziotti armati sono stati visti nella zona intorno al Teatro dell'Opera di Oslo, e violente esplosioni si potevano udire su gran parte della città. Nessuno sapeva che era tutta una questione di esercitazioni. La Sezione Informazione della polizia di Oslo si rammarica profondamente che il pubblico non fosse a conoscenza dell'esercitazione così apparentemente drammatica .... Si trattava della squadra di emergenza, l'unità speciale della polizia nazionale contro il terrorismo, che stava conducendo una simulazione nella zona delimitata presso il molo di Bjørvika. Secondo un comunicato stampa emanato dalla polizia, quasi un giorno dopo l'esercitazione, la simulazione consisteva in una formazione sul campo nel trattare la detonazione controllata di cariche esplosive .... L'esercitazione continuerà per il resto del Mercoledì sera e si prevedono un paio di ulteriori esplosioni.... L’esercitazione ha seguito un modello che risulta familiare a tutte le forze anti-terrorismo di tutto il mondo: gli uomini si calavano dal tetto e si introducevano dalla finestra che era stata appena fatta esplodere, intanto che sparavano». [3]

Peter Power della Visor Consultants disse alla BBC Radio Five sulla scia degli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 che la sua impresa aveva condotto un esercitazione basata su esplosioni che dovevano avvenire sostanzialmente nelle stesse stazioni della metropolitana londinese e alla stessa ora in cui le vere esplosioni sono effettivamente accadute. Gli eventi norvegesi presentano lo stesso tipo di strana coincidenza.

Un movente: la Norvegia ha deciso di mettere fine ai bombardamenti della Libia entro il 1° agosto

Gli obiettivi degli attacchi terroristici norvegesi sono tutti espressamente politici, compresi gli uffici governativi e un campo estivo dei giovani del Partito Laburista oggi al governo, e quindi vanno in direzione della politica. Il governo della Norvegia è attualmente una coalizione composta dal Partito Laburista, il Partito Socialista di Sinistra, e il Partito di Centro. La Norvegia ha sempre cercato di coltivare una politica estera filo-araba, come si evidenzia nella sua sponsorizzazione degli accordi di pace di Oslo tra il primo ministro israeliano Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat a metà degli anni novanta. L'attuale governo ha annunciato la sua intenzione di concedere il riconoscimento diplomatico di uno stato palestinese nel prossimo futuro. Quando lo scorso febbraio è iniziata la destabilizzazione della Libia, il ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Støre del partito laburista ha messo in guardia i partner della Norvegia nella NATO dal farsi coinvolgere.

Ma subito dopo, la Norvegia ha ceduto alle pressioni degli Stati Uniti e ha accettato di partecipare al bombardamento NATO della Libia per un periodo iniziale di tre mesi, inviando sei aerei che hanno effettuato circa il 10% di tutti i bombardamenti annoverati dall'Alleanza atlantica. Tuttavia, allo scoccare finale dei suoi tre mesi di impegno, la Norvegia aveva ridotto il suo contingente a quattro aerei per il mese di luglio, e il 10 giugno ha comunicato l'intenzione di ritirarsi del tutto entro il primo agosto dalla coalizione dei bombardamenti NATO.

La decisione norvegese di abbandonare la coalizione di attacco della NATO si è associata con una mossa simile dei Paesi Bassi, che è stata annunciata nella stessa data del 10 giugno. Gli olandesi hanno deciso di mantenere il loro contingente di sei aerei, ma non prenderanno più parte a bombardamenti su obiettivi a terra. D'ora in poi, gli olandesi sono disposti solo ad aiutare a far rispettare la no-fly zone attraverso l’interdizione aerea. C'era quindi la possibilità che l'esempio della Norvegia avesse potuto innescare una tendenza generale da parte degli stati più piccoli della NATO ad uscire dalla coalizione di bombardamento, in cui la loro presenza collettiva è altamente significativa.

Esponenti di spicco del governo norvegese sono stati tra i primi a minimizzare la presunta logica che sottostava al bombardamento della NATO, intanto che sollecitavano trattative: «Le soluzioni ai problemi in Libia sono politiche, non possono essere risolte con mezzi militari», ha dichiarato il Primo Ministro norvegese Stoltenberg ai giornalisti riuniti per una conferenza a Oslo il 13 maggio. «Stiamo sostenendo vigorosamente tutti gli sforzi intesi a trovare una soluzione politica alle sfide cui ci troviamo di fronte in Libia», ha aggiunto. Il governo norvegese ... ha promesso di ridimensionare il suo ruolo negli attacchi aerei alla Libia orchestrati dalla NATO dopo che il suo attuale impegno di tre mesi termina il 24 giugno. [4]

Questa era la politica dell'intero governo norvegese: «La Norvegia ridimensionerà il suo contributo con i caccia in Libia da sei a quattro aerei e si ritirerà completamente dalla operazione a guida NATO entro il 1° agosto», ha dichiarato venerdì il governo.... Il ministro della Difesa Grete Faremo ha detto che si aspetta la comprensione da parte degli alleati NATO perché la Norvegia ha una piccola forza aerea e non può "mantenere un grande contributo con i caccia durante un lungo periodo." La forza aerea della Norvegia sostiene intanto che i suoi jet F-16 hanno effettuato circa il 10 per cento dei bombardamenti aerei della Nato in Libia a partire dal 31 marzo. I partiti della coalizione di governo di centro-sinistra della Norvegia, erano stati in disaccordo sulla possibilità di estendere la partecipazione del paese, che avrebbe dovuto scadere il 24 giugno. La fazione più di sinistra nel governo, il Partito Socialista di Sinistra, si è opposta a una proroga, ma un compromesso è stato raggiunto affinché si rimanesse in funzione fino al 1° agosto con un minor numero di aerei. «È saggio porre fine al contributo dei caccia norvegesi. Ora la Norvegia dovrebbe impiegare i suoi sforzi per trovare una soluzione pacifica in Libia», ha dichiarato il deputato Baard Vegar Solhjell del Partito Socialista di Sinistra. [5]

Il Dipartimento di Stato si è lamentato della “mancanza di impegno” della Norvegia per l’avventura libica

La decisione norvegese di smettere di combattere la guerra contro la Libia, la prima di questo tipo da parte di qualsiasi membro dell'alleanza atlantica, ha attirato l'attenzione degli osservatori diplomatici, uno dei quali ha commentato che l'attuale governo di Oslo ha auspicato «un approccio nettamente più pacifico alle politiche globali da parte del governo norvegese .... [nonostante] le recenti pressioni da parte degli Stati Uniti in Norvegia affinché contribuisse maggiormente alla campagna militare in Libia. La Norvegia ha opposto resistenza a queste pressioni e ha spinto per un approccio più tranquillo agli attacchi della NATO sulla Libia guidati dagli USA, e ha rifiutato di fornire armi alla NATO, annunciando infine il mese scorso che la Norvegia avrebbe lasciato il suo ruolo militare in Libia dal 1° agosto. Nel mese di marzo, quando gli Stati Uniti stavano mettendo assieme il sostegno unilaterale volto a invadere la Libia, la Norvegia del ministro degli esteri Jonas Gahr Støre è stata una delle poche nazioni a mettere in guardia gli Stati Uniti contro l'intervento armato in Libia. La Norvegia inizialmente ha fornito sei aerei da combattimento per le operazioni di Libia e ha realizzato circa il 10% degli attacchi a partire dal 19 marzo. Tuttavia, i funzionari degli Stati Uniti hanno segnalato Norvegia e Danimarca per la loro 'mancanza di impegno' nella missione determinata a mandar via Gheddafi ... Altri legami Norvegia-Libia includono grandi interessi della Norvegia in Libia in materia di petrolio e fertilizzanti: la compagnia norvegese Statoil, posseduta dallo stato, ha circa 30 dipendenti presso i suoi uffici a Tripoli .... Aziende [norvegesi] hanno condotto importanti operazioni di business in Libia, in collaborazione con il regime di Gheddafi. » [6]

Allo stato attuale delle indagini, la migliore valutazione circa il motivo degli attentati norvegesi è quella di punire il paese per la sua politica estera indipendente e filo-araba in generale, e per il suo ripudio della coalizione dei bombardamenti NATO schierata contro la Libia in particolare.

Le Unità di sorveglianza e rilevamento SIMAS sono la nuova Gladio per la Norvegia?

Gli operatori dell’intelligence di USA e NATO hanno dimostrato di possedere capacità straordinarie all'interno della Norvegia, molti dei quali possono essere operativi al di fuori del controllo del governo norvegese. Ai primi di novembre 2010, il canale televisivo TV2 Oslo ha messo in luce l'esistenza di una vasta rete di risorse e di informatori segreti a libro paga dell’intelligence USA reclutati tra le fila dei poliziotti in pensione e altri funzionari. L'obiettivo apparente di questo programma era la sorveglianza dei norvegesi che stavano prendendo parte a manifestazioni e altre attività critiche nei confronti degli Stati Uniti e delle loro politiche. Uno dei norvegesi reclutati era l'ex capo della sezione anti-terrorismo della polizia di Oslo. [7]

Sebbene l'obiettivo consistesse ufficialmente solo nella sorveglianza, è possibile immaginare altre attività assai più sinistre che potrebbero essere svolte da una simile rete di poliziotti in pensione, compresa l'individuazione e la sovversione di mele marce presso le forze di polizia in servizio attivo. Alcune delle funzionalità di una rete di questo tipo non sarebbero del tutto estranee al genere di eventi che si sono appena verificati in Norvegia.

Il nome ufficiale per il tipo di cellula di spionaggio che gli Stati Uniti stavano creando in Norvegia è Surveillance Detection Unit (SDU, ossia Unità di sorveglianza e rilevamento, NdT). Le SDU a loro volta, operano nel quadro del Security Incident Management Analysis System (SIMAS, sistema di analisi nella gestione degli incidenti di sicurezza, NdT). Il SIMAS è noto per essere stato utilizzato per spionaggio e sorveglianza da parte delle ambasciate degli Stati Uniti non solo nel blocco nordico di Norvegia, Danimarca e Svezia, ma in tutto il mondo. Gli eventi terroristici inoltre sollevano la questione se il SIMAS abbia una dimensione operativa. Potrebbe questo apparato rappresentare una versione moderna delle reti Stay Behind della Guerra Fredda istituite in tutti i paesi della NATO e più conosciute sotto il nome della branca italiana, Gladio?

Al governo norvegese occorrerà scoprirlo. Finora i ministri norvegesi hanno affermato che non hanno mai approvato la rete di SDU della SIMAS. «Non abbiamo mai saputo nulla su di essa,» hanno affermato il ministro della Giustizia norvegese Knut Storberget e il ministro degli Esteri Jonas Gahr Støre in coro. Hillary Clinton ha dichiarato invece che i norvegesi erano stati informati.

L’operazione di rilascio controllato di notizie Wikileaks di matrice CIA ha ragion d’essere nel tentativo di far cadere il governo norvegese.

Grazie alle discariche documentali rilasciate della sussidiaria CIA che cura le rivelazioni parziali controllate (limited hangout, nell’orig., NdT), generalmente conosciuta come Wikileaks, è già stato fornito un chiaro percorso per l'utilizzo degli attacchi terroristici norvegesi come base adatta a rovesciare l'attuale governo. Dispacci del Dipartimento di Stato veri o manipolati e cortesemente messi a disposizione da Wikileaks ritraggono il governo norvegese, che la NATO odia, come una manica di pasticcioni e mentecatti, incapaci di prendere misure efficaci per salvaguardare la sicurezza nazionale del paese.

Alcune di queste carte sono state pubblicate sulla scia degli attacchi terroristici di Londra dal Daily Telegraph, un giornale notoriamente vicino agli ambienti di intelligence della NATO. Secondo questo articolo, mentre «si parla del tentativo da parte del servizio di polizia di sicurezza (PST) di rintracciare una particolare sospetta cellula terroristica di Al-Qa’ida, un dispaccio scritto dall'ambasciatore USA in Norvegia, Barry White, descrive [il modo in cui le autorità norvegesi] ... hanno rifiutato l'aiuto delle autorità del Regno Unito inteso a mettere sotto sorveglianza un potenziale sospetto e aggiunge: "Non solo non hanno indirizzato le proprie risorse su di lui ... ma hanno anche appena rifiutato l’offerta da parte del servizio d’intelligence del Regno Unito di due squadre di sorveglianza di dodici persone ciascuna". Il dispaccio continua affermando che i servizi di intelligence di Gran Bretagna e Stati Uniti hanno analizzato delle conversazioni in codice tra sospetti terroristi e hanno deciso di garantire la sorveglianza. Ma, dice il dispaccio, "Il PST ha invece trovato il modo di interpretare la stessa conversazione in codice tradotta sotto una luce più rosea e meno minacciosa, un’interpretazione che ha poco senso per gli USA o la Gran Bretagna."» Un catalogo anche dei più recenti fallimenti e fiaschi dell’FBI e della CIA nella cosiddetta Guerra Globale al Terrore potrebbe contribuire a mettere questi giudizi ipocriti nella giusta prospettiva, ma sarebbe anche cosa troppo voluminosa per poter essere aggiunta qui.

Un altro particolare negativo sembra fatto su misura per un tentativo di incolpare i presunti pasticci del governo norvegese per l'attentato di Oslo: «Il memorandum rivela anche come, nonostante in apparenza ci fosse sorveglianza sul sospetto, il PST ha perso le tracce di un’attrezzatura adatta a fabbricare bombe che veniva conservata in un appartamento, dopo che è stata visibilmente rimossa senza che gli investigatori» se ne accorgessero. Il PST quindi non è riuscito a stare sulle tracce di un sospetto per 14 giorni perché l’investigatore a lui assegnato fu chiamato a svolgere un altro lavoro. Il memorandum conclude: «Il PST non è all’altezza ... semplicemente non può tenere il passo.»

Un altro promemoria del Dipartimento di Stato propinato da Wikileaks, presumibilmente scritto nel 2007 ... aggiunge: « la valutazione ufficiale delle minacce della polizia (PST)... afferma che le organizzazioni terroristiche internazionali non sono una minaccia diretta contro la Norvegia.» Un promemoria scritto nel 2008, mostra come gli Stati Uniti ritenessero che la Norvegia non fosse consapevole della possibilità di un potenziale attacco terroristico. Nel dispaccio si legge: «Noi premiamo ripetutamente sulle autorità norvegesi affinché prendano sul serio il terrorismo. Cercheremo di basarci su questo slancio per combattere l'ancora diffusa sensazione che il terrorismo accada altrove, non nella tranquilla Norvegia» E un dispaccio scritto solo lo scorso anno aggiunge: «Il PST ha visto di nuovo la Danimarca come un obiettivo più che la Norvegia, per ragioni molto specificamente legate alla controversia sulle vignette.» [8].

Il governo della Norvegia ha bisogno di passare all'offensiva e stabilire tutta la verità su ciò che è appena accaduto. In caso contrario, è probabile che il governo soccomberà alla campagna orchestrata internazionalmente che i documenti Wikileaks così chiaramente presagivano.

Riferimenti

[1] http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/1357-la-strage-unesercitazione-divenuta-realta.html.

[2] 2 Vedi RIA Novosti, 23 luglio 2011, http://en.rian.ru/world/20110723/165350450.html; – Dal sito web di VG: “Flere av ungdommene som var på Utøya under skytedramaet forteller til VG at de er overbevist om at det må ha vært mer enn én gjerningsmann. Det mener også Marius Helander Røset.” “Jeg har overbevist om at det var to personer som skjøt, sier Aleksander Stavdal (23).” “Vedkommende var i følge dem rundt 180 centimeter høy, hadde tykt mørkt hår og så nordisk ut. Han hadde en pistol i høyrehånden og et gevær på ryggen.” http://www.vg.no/nyheter/innenriks/oslobomben/artikkel.php?artid=10080627

[3] “Politiet glemte å informere om øvelse: Anti-terrorpolitiet avfyrte sprengladninger under en øvelse midt i Oslo, to hundre meter fra Operaen, men glemte å gi beskjed til publikum,” Aftenposten, c. July 20, 2011, http://mobil.aftenposten.no/article.htm?articleId=3569108

[4] “Libya solution more political than military-Norway,” Reuters, 13 May 2011, http://www.trust.org/alertnet/news/libya-solution-more-political-than-military-norway

[5] “Norway to quit Libya operation by August,” AP, June 10, 2011, http://www.signonsandiego.com/news/2011/jun/10/norway-to-quit-libya-operation-by-august/

[6] Tragic Irony Surrounds Oslo Bombing, Phuket Word, July 23, 2011, http://www.phuketword.com/tragic-irony-surrounds-oslo-bombings

[7] Thomas Borchert, “US-Geheimdienst mit Nordfiliale: USA lassen Norweger überwachen,” Deutsche Presse-Agentur, November 4, 2010.

[8] Mark Hughes, “WikiLeaks files show Norway unprepared for terror attack: Norway’s intelligence service had previously been criticized for its failure to keep track of suspected terror cells and the country was felt to be complacent about the prospect of a terror attack, secret cables from the WikiLeaks files reveal,” London Daily Telegraph, July 22, 2011. "http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/norway/8655964/WikiLeaks-files-show-Norway-unprepared-for-terror-attack.html

Versione originale:

Webster Tarpley
Fonte: http://tarpley.net
Link: http://tarpley.net/2011/07/24/norway-terror-attacks-a-false-flag/ 24.07.2011

Versione italiana:

Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/finestre/zero-11-settembre/6520-da-lee-oswald-a-lee-oslo-via-qgladioq.html
25.07.2011

Traduzione a cura di PINO CABRAS

lunedì 27 giugno 2011

CHI VUOLE DISTRUGGERE LA GRECIA?

DI MIKIS THEODORAKIS
Sur y Sur

Il compositore ed ex ministro greco Mikis Theodorakis non crede che il suo paese sia responsabile della crisi finanziaria che sta attraversando. Theodorakis intravede la mano di Washington dietro tutto ciò e denuncia il ruolo del FMI. Una riflessione interessante per comprendere quello che sta succedendo in Grecia.

Il senso comune di cui dispongo non mi permette di spiegare né tanto meno giustificare la rapidità della caduta del nostro paese dal 2009, una caduta che lo porta a ricorrere al FMI, privandolo così di parte della sua sovranità nazionale e mettendolo sotto un regime di tutela.

È curioso che nessuno si sia occupato finora della cosa più ovvia, ossia di spiegare la nostra traiettoria economica con numeri e documenti, per permettere a noi, gli ignoranti, di comprendere le vere cause di questa evoluzione vertiginosa e senza precedenti il cui risultato è la perdita della nostra identità nazionale e l’umiliazione internazionale.

Sento parlare di un debito di 360 miliardi di dollari, ma vedo allo stesso tempo che molti paesi hanno lo stesso debito, e alcuni anche uno peggiore.

Quindi, questa non può essere la causa principale di questo problema.

Un’altra cosa che mi incuriosisce è la smisurata importanza degli attacchi internazionali che il nostro paese deve subire e la cui coordinazione è quasi perfetta, malgrado si tratti di una nazione la cui economia è insignificante, e per questo la cosa desta molti sospetti.

Tutto questo mi porta a pensare che qualcuno ci sta colpevolizzando e che ci sta mettendo paura per consegnarci nelle mani del FMI - che riveste un ruolo essenziale nella politica espansionista degli Stati Uniti – e che la questione della solidarietà europea non è altro che una cortina di fumo perché non si riesca a vedere che si tratti di un’iniziativa totalmente statunitense per condurci verso una crisi economica artificiale, affinché il nostro popolo abbia paura e si sottometta, per far sì che perda conquiste importantissime e, finalmente, si metta in ginocchio accetti la dominazione straniera.

Ma perché?

In virtù di quali progetti e per quali obbiettivi?

Anche se continuo a essere fautore dell’amicizia greco-turca, devo dire che il repentino rafforzamento delle relazioni governative e i contatti precipitosi tra ministri e altri attori suscitano in me timore, così come i recenti viaggi a Cipro e la prossima visita di Erdogan.

Ho paura che dietro a tutto questo si nasconda la politica statunitense con i suoi progetti loschi, che hanno a che fare con il nostro spazio geografico, con l’esistenza dei giacimenti petroliferi, con il regime di Cipro, con il Mar Egeo, con i nostri vicini del nord e con l’attitudine arrogante della Turchia, e che l’unico ostacolo per questi progetti sia la sfiducia e l’opposizione del popolo greco.

In minore o maggior misura, tutti quelli che ci circondano sono aggrappati al carro degli Stati Uniti. L’unica differenza è che noi, dalla dittatura della giunta e dopo la perdita del 40% di Cipro fino alle aspre polemiche con Skopje (l’antica repubblica jugoslava della Macedonia) e con gli ultranazionalisti albanesi, abbiamo subito continuamente colpi senza nemmeno farcene troppo caso.

Per questo devono eliminarci come popolo. E questo è precisamente quello che sta succedendo in questo momento. Io invito gli economisti, i politici e gli analisti a smentirmi.

Credo che non esista altra spiegazione logica, considerando il complotto internazionale al quale hanno partecipato gli europei a favore degli Stati Uniti come Merkel, la Banca Centrale Europea, la stampa reazionaria internazionale, tutti uniti hanno partecipato al «grande golpe», che consiste nel degradare un popolo dalla categoria di libero a quello di sottomesso.

Almeno io non riesco a trovare un’altra spiegazione. Riconosco che non ho delle conoscenze specifiche. Ma quello che dico, lo dico utilizzando il mio senso comune. Può darsi che molti altri stiano pensando la stessa cosa e che forse potremmo verificarlo nei prossimi giorni.

In tutti i casi, vorrei allertare l’opinione pubblica e sottolineare che, se la mia analisi fosse corretta, la crisi economica – che come ho detto prima ci è stata imposta – non sarà altro che il primo amaro boccone di una cena di Lucullo e che verranno a galla questioni cruciali di carattere nazionale di cui non voglio neppure figurarmi le conseguenze.

Spero di sbagliarmi!

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Fonte: http://www.surysur.net/?q=node/16822

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

giovedì 26 maggio 2011

The day after the euro

Sultan (maggio 2011)

L'euro fu un matrimonio di passione contro il pessimismo della ragione. I padri fondatori addussero la speranza (illusione?) che le ovvie incompatibilità sarebbero state superate in corso d'opera. A chi diceva che l'area dell'euro non era fatta per avere una sola valuta (spesso economisti americani) si ribattè che parlavano per invidia o, peggio, per paura che l'euro avrebbe un giorno soppiantato il dollaro.

Qualcuno ha pensato che avere una moneta unica a supporto di una grande economia ci avrebbe messo al riparo da attacchi speculativi. Lasciatemi dire che si sbagliava o non aveva colto le infinite connessioni della finanza.
Se la moneta non è più in grado di distinguere i paesi, questi rimangono pur sempre paesi diversi, con caratteristiche specifiche non facilmente integrabili e vizi radicati che la moneta unica non è riuscita a modificare. Gli investitori si possono orientare sui bond, ad esempio vendendo quelli dei paesi a rischio e comprando quelli tedeschi.

Così dopo anni in cui i tassi hanno continuato a convergere, improvvisamente si sono divaricati e, di colpo, l'impensabile è affiorato.
Molti credereanno che abbandonare l'euro oggi sia impensabile, ma la storia è piena di eventi passati, in brevissimo tempo, dall'impensabile all'inevitabile. Tuttavia l'uscita dall'euro avrebbe ricadute costosissme per chiunque prendesse l'iniziativa e, a catena, su tutti gli altri.

La dinamica della caduta ha due facce, a seconda che a prendere l'iniziativa sia un paese forte (es. Germania) o uno in difficoltà (es. Grecia, Irlanda, Portogallo o... Italia), in ogni caso i costi sarebbero alti per tutti.

Se fosse la Germania a lasciare l'euro, la sua nuova valuta (nuovo marco?) si rinforzerebbe a vista d'occhio attirando capitali dal resto dell'euro zona, con corrispondente fuga dei capitali dal resto dell'area e con i prezzi per l'export in salita rapida, il motore portante dell'economia tedesca subirebbe una violenta frenata.
Pur attirando molti depositi la Germania dovrebbe svalutare gli enormi crediti che vanta, come esportatore, nei confronti dei paesi più deboli, creando certamente grossi problemi alle proprie banche.

Se invece fosse un paese debole a lasciare l'euro cosa succederebbe?
Facciamo l'esempio della Grecia*:
  • tutte le banche greche risulterebbero insolventi
  • il governo nazionalizzerebbe ogni banca del paese
  • al contempo bloccherebbe la possibilità di ritirare i propri soldi dalle stesse banche
  • per prevenire disordini di strada probabilmente dichiarerebbe lo stato di emergenza ed il coprifuoco, se fosse necessario anche la legge marziale
  • rinominerebbe tutto il suo debito in "nuove dracme" svalutandolo all'istante diciamo del 50%
  • nel giro di pochi giorni gli irlandesi uscirebbero, senza curarsi troppo, dai propri obblighi
  • i portoghesi probabilmente attenderebbero di vedere gli esiti del caos greco prima di decidere anche loro di dichiarare il default
  • a questo punto le banche tedesche e francesi, di fronte alle enormi perdite sui bond di governi periferici, violerebbero i requisiti di capitale e sarebbero chiamate a ricapitalizzare e la BCE
  • con la sue enorme esposizione nei confronti della grecia anche la banca centrale europea sarebbe costretta a dichiarare la bancarotta (ma poichè in quel momento sarà guidata da un italiano - Draghi - la cosa non risulterà nemmeno troppo stonata e si troverà subito il capro espiatorio), o più probabilmente a stampare nuova moneta a gran ritmo, con disappunto dei tedeschi
La dinamica della perdità di competitività è nota: comincia con una deflazione e termina con un aumento insoportabile dei tassi e del debito.
Prima dell'euro l'Italia era solita stimolare la propria competitività con ricorrenti e sonore svalutazioni; la moneta unica ha dato più valore agli stipendi ma ha minato questo meccanismo alla base. All'esterno ora i nostri prodotti appaiono costosi e il mercato risponde con un calo degli acquisti. Se la produzione non è richiesta il lavoro non è più necessario e l'effetto non tarda a vedersi anche sull'occupazione, visto l'alta flessibiltà del lavoro nel nostro paese (checchè ne dicano gli economisti). A questo punto punto anche i redditi si riducono e con essi anche il consumo interno con la conseguenza di una crescita stagnante quando va bene. I giornali dicono appunto che l'Italia cresce meno degli altri quando va bene ma va molto peggio quando va male.
Di solito il governo tenta di arginare la decrescita con massicce dose di spesa pubblica ed incentivi che si traducono in un deficit di bilancio e maggiore debito, come se il nostro paese non ne avesse già a sufficienza. Questo Tremonti lo sa benissimo ed ha tentato di limitare il danno tagliando ogni tipo di spesa, ma ciò non significa che la maggior parte degli investimenti fatti non sia comunque stata sprecata in progetti del tutto improduttivi (si pensi agli sprechi del quartier generale del G8 - "Il flop della Maddalena dal G8 all'abbandono", Repubblica 28 gennaio 2010).
Con il debito in crescita gli investitori, inizialmente contenti di finanziare il paese chiedono un tasso maggiore per sopportare il maggiore rischio. Ad un certo punto il maggiore tasso non sarà sufficiente e gli investitori chiederanno durate più brevi: non sono più disposti a finanziare per 10 anni. Questo è un segnale chiaro che la situazione diventa critica perchè il debito non si può ripagare ma va comunque rifinanziato ed il paese si trova a dovere rinegoziare il proprio debito a durate ravvicinate e a prezzi maggiori.
Voglio ricordare che anche i tassi sui mutui sono collegati a questi tassi in crescita.
I tassi in aumento quindi, riducono ulteriormente la crescita in un circolo vizioso.

A questo punto ci vorrebbe un cambio veramente competitivo per uscirne ma il paese è vincolato al cambio fisso dell'euro.... o no?

E quello che era impensabile fino al giorno prima, diventa improvvisamente inevitabile!
In questo caos generalizzato si fatica a pensare gli sviluppi continuino a rimanere completamente democratici.

La democrazia non può esistere come forma ultima di governo; resiste fino a quando la maggioranza impara che si può votare benefici a spese del tesoro. Da quel momento voterà per il candidato in grado di promettere più benefici per loro causando la caduta della democrazia sotto il peso dei debiti dovuti alla politica fiscale lassista. A questa seguirà prima una dittatura poi una monarchia.
http://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Fraser_Tytler

Non ci sono prove che l'abbia effettivamente detto lui, ma difficile non trovare stimolante la famosa frase attribuita allo scozzese Alexander Tytler (e chi ha dubbi chieda ai tedeschi).


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Ringrazio *Andrew Lilico, per il suo contributo sul The telegraph (24 maggio '11).

scritto da Sultan