Ogni tanto un farmaco usato da milioni di persone viene ritirato dal mercato perché provoca gravi danni all’organismo.
Ogni tanto un farmaco viene ritirato perché provoca la morte stessa dei consumatori (il caso del principio attivo Rofecoxib, nome commerciale Vioxx, della Merck è esemplare: le stime parlano dalle 80 alle 140 mila complicanze cardiache che hanno provocato una vera e propria ecatombe).
Delle migliaia di prodotti chimici di sintesi che le lobbies del farmaco producono e vendono: quanti sono sicuri e quanti invece pericolosi per la salute pubblica?
Nessuno lo può sapere se non quando si manifestano pubblicamente i danni o le morti, e questo perché le ditte che producono i farmaci, per farli entrare quanto prima nel mercato, ‘modificano’ gli studi di sicurezza e grazie alla sudditanza, per non dire collusione, delle istituzioni che dovrebbero salvaguardare la salute pubblica (FDA, AIFA, EMEA, ecc.) ce li mettono gentilmente a disposizione nelle farmacie e da qualche settimana anche nei banconi dei supermercati.
L’Aulin per esempio è stato ritirato dal mercato irlandese dall’Agenzia del Farmaco di quel paese perché ha provocato insufficienze epatiche così gravi da dover trapiantare il fegato in diversi pazienti.
L’Irlanda non è il primo paese ad avere tolto il principio chimico Nimesulide (presente nei farmaci: Aulin, Algimesil, Antalgo, Areuma, Dimesul, Domes, Efridol, Eudolene, Fansulide, Flolid, Isodol, Ledolid, Ledoren, Nerelid, Nide, Nimenol, Nims, Noxalide, Resulin, Solving, Sulidamor, Fansidol, Sulide, Idealid, Delfos, Domes, Noalgos, Algolider, Aulin, Fansidol, Mesulid, Nimesil, Remov, Migraless, Edemax, Mesulid Fast, Nimedex e in molti farmaci generici) perché pericoloso per la salute: Finlandia, Spagna già dal 2002 lo hanno fatto, assieme ad altri stati.
E in Italia?In Italia invece, gli esperti dell’AIFA, l’Agenzia italiana (indipendente?) per il farmaco non se la sentono di danneggiare economicamente il “povero” gruppo Roche. La Roche, corporation svizzera di Basilea, era uno dei socio elvetici della I.G. Farben, la società tedesca (finanziata dal Standard Oil del gruppo Rockefeller e smembrata dopo la Seconda Guerra mondiale in Bayer, Basf e Hoechst) che ha permesso al dittatore Adolf Hitler di diventare quello che è diventato e di compiere i crimini che ha fatto (produceva tra le altre cose oltre alla benzina sintetica anche il Zyclon-B, uno dei gas per lo sterminio).
La Roche assieme a Bayer, Pfizer, Glaxo e altre 30 aziende sono state denunciate dal Procuratore Capo di Istambul per aver gonfiato i prezzi dei medicinali acquistati dalle istituzioni governative. Secondo tale denuncia le ditte in questione "hanno partecipato ad una organizzazione illegale con lo scopo di compiere atti criminali, abusi di autorità, falsificazione di documenti ufficiali, affermazioni false in documenti ufficiali".
Quindi non stiamo parlando proprio di stinchi di santo, anche se fin qui non c’è granché di strano: le strategia del business fa questo e molto altro.
La cosa veramente scandalosa è che ci sono in commercio migliaia di farmaci pericolosi per la salute pubblica e questo con il beneplacito delle case di produzione e delle agenzie per il controllo. L’antidiabetico Avandia (Avandamet, Avaglim) della britannica GlaxoSmithKline (Gsk), a base di Rosiglitazone, aumenta del 43% il rischio di attacchi cardiovascolari e del 64% la mortalità associata a questi eventi! La denuncia arriva direttamente dal New England Journal of Medicine, cioè dalla più prestigiosa rivista medica britannica.[1] Questo farmaco che la Food and Drug Administration statunitense (organizzazione governativa nella mani delle lobbies del farmaco) ha autorizzato fin dal 1999 è usato da oltre 60 milioni di persone nel mondo. Un mercato enorme che raggiunge la cifra di 2,2 miliardi di dollari ogni anno e solo negli Stati Uniti!
Si è venuto a sapere che i farmaci di “sostituzione ormonale” che promettevano alle ‘donne in carriera’ di restare giovani e belle, di ritardare la menopausa e sconfiggere l’osteoporosi, possono provocare il cancro, embolia polmonare e infarto![2]
Nello studio della Women’s Health Iniziative pubblicato nel 2002 l’incidenza del cancro dell’ovaio, della mammella e dell’endometrio era del 63% più alta nelle donne trattate rispetto a quelle mai sottoposte a terapia ormonale sostitutiva. [3]
Per quanti anni gli esperti in camice bianco hanno somministrato ormoni di sintesi a iosa per qualsiasi problema: dalla dismenorrea (ciclo mestruale doloroso), ai brufoli in faccia? Quante di queste centinaia di migliaia (per non dire milioni) di donne, grazie all’esubero di ormoni in circolo, hanno poi sviluppato una qualche forma tumorale al seno o alle ovaie? O magari un infarto? Nessuno lo può dire con certezza, ma resta il fatto che l’incidenza nelle donne è allarmante: in Italia ogni anno oltre 117.000 donne si ammalano di tumore![4] Gli uomini non sono da meno: oltre 135.000 nuovi casi all’anno.[5]
Cambiando discorso, pochi giorni fa lo Stato della Nigeria ha accusato la multinazionale statunitense Pfizer, numero uno al mondo per fatturato. L’accusa è pesantissima, la Pfizer “avrebbe utilizzato 200 bambini come cavie umane per la sperimentazione di nuovi farmaci”, mai provati sugli esseri umani! La causa presenta ben 29 capi di accusa riconducibili ad oltre 2,7 miliardi di dollari di risarcimento, anche se in questo caso i soldi non potranno ridare la vita ai 18 bambini morti nella criminale sperimentazione e recuperare le malformazioni, le cecità, i danni cerebrali e le paralisi che hanno coinvolto gli altri 182 poveri sfortunati.
E questo è solo quello che veniamo a sapere, perché uno Stato ha fatto denuncia! Quanti esperimenti hanno eseguito le Sorelle del farmaco sulle popolazioni inermi e bisognose del Terzo e Quarto Mondo? Quante malattie sono state create di sana pianta grazie a campagne di PR (Pubbliche Relazioni) per poi ‘curarle’ con l’appropriato rimedio? Purtroppo per noi la Pfizer ha ben 249 progetti in sviluppo su aree quali obesità, diabete, artrite reumatoide, schizofrenia, oncologia, malattie epatiche, Aids e Alzheimer. Tutti settori, guarda caso, molto redditizi!
Cosa apprendere da tutto questo? Siamo nella mani di medici incompetenti (non tutti per fortuna) che non si aggiornano a dovere e considerano l’essere umano come una macchina (visione meccanicistica cartesiana) e non nella sua interezza e globalità (corpo-anima-spirito).
Questi dottori, molti dei quali non conoscono neppure la lingua inglese (la maggior parte delle riviste è in lingua), non sono liberi di agire in Scienza e Coscienza e secondo il Giuramento di Ippocrate, ma dipendono dalle lobbies del farmaco. Quei pochi Medici che invece hanno il coraggio di uscire dal coro, adottando, per il bene dei pazienti, strade terapeutiche ‘diverse’ da quelle ortodosse viene discreditato mediaticamente, indagato dall’Ordine professionale e pure dalla magistratura (vedi caso del Dottor Paolo Rossaro di Padova). Bloccando le mani ai medici, impediscono a noi la possibilità di poter scegliere una strada terapeutica piuttosto che un’altra. Vogliamo ancora parlare di libertà di scelta terapeutica? Oggi in Italia non c’è questa libertà. Ammalare le persone e mantenere ammalate, abituarle culturalmente alla pillola pronta per l’uso, educarle che per un qualsiasi problema c’è un rimedio chimico a disposizione, è certamente una strategia economica che apporta enormi ricchezze nelle casse delle banche della City di Londra e/o Wall Street (i veri Burattinai). Dall'altra parte però c'è il controllo: una persona perennemente ammalata NON può essere libera, e infatti lo scopo finale è quello di bloccare le coscienze!
Sta a noi dire di no a questo Sistema, e per fare ciò, è necessario una consapevolezza che parte dalla conoscenza (vera informazione) per poi diventare coscienza. Il secondo passaggio è quello di prendere in mano la nostra vita, in tutto e per tutto, senza delegare la salute a chicchessia. L’informazione corretta prima di tutto!
Una informazione corretta può salvarci la vita, mentre un’informazione deviata o incompleta può metterla a rischio.
Quante persone per esempio in libertà e coscienza farebbero la chemioterapia se venissero a sapere che la sopravvivenza a 5 anni dal trattamento chimico devastante è poco più del 2%?
Non lo dico io, ma uno studio medico multicentrico (Usa e Australia), pubblicato sulla rivista prestigiosa del settore “A Clinical Oncology” e rintracciabile nel sito governativo www.pubmed.gov. Un ricerca enorme che ha coinvolto 225.000 persone seguite per 14 anni sui 22 casi più diffusi di tumori. Questa è l’informazione a cui mi riferivo.
Nel 1962 la tensione fra America e Russia era giunta ai massimi livelli. All’apice della guerra fredda, c’era stata la crisi dei missili di Cuba, che aveva portato Kruschev e Kennedy a giocarsi la partita su un bluff e contro-bluff a livello mondiale, vinto dal secondo a rischio di uno scontro atomico.
Russia e America, semplicemente, stavano cercando di dividersi il mondo.
In tutto questo, l’America era partita nettamente in ritardo nella corsa allo spazio, e mentre loro erano appena riusciti a mettere in orbita uno scimpanzè, sulle loro teste passava beffardo il “cosmonauta” Yuri Gagarin, che diventava così il primo essere umano ad essere uscito dall’atmosfera terrestre.
Qualche mese dopo, Kennedy rilanciava a sorpresa, annunciando che l’America avrebbe “messo un uomo sulla Luna prima della fine del decennio”. Quello che accadde dopo, fra lui e i dirigenti NASA, ha cominciato ad emergere soltanto negli ultimi anni, ma pare che sia stato un vero e proprio putiferio. Sarebbe infatti impossibile, a detta di ogni scienziato che si rispetti, che un qualunque essere vivente attraversi addirittura le Fasce di Van Allen, altrochè arrivare sulla Luna. (Le F. sono una stretta e poderosa cintura di radiazioni, che va da un polo all’altro della Terra, e che a sua volta protegge la Terra dalle radiazioni cosmiche, ma alla quale è impensabile per noi anche solo avvicinarsi. Ci hanno provato, negli ultimi anni, gli astronauti dello Shuttle, con risultati ben poco confortanti).
Non sappiamo quindi in che momento esatto possa esser nata l’idea di “fingere il tutto”, ma fra quel giorno e il fatidico 1969 - scadenza dell’impegno preso pubblicamente da Kennedy- qualcuno deve di sicuro averci almeno pensato.
Curiosamente, fu proprio l’assassinio di Kennedy a fare da pietra miliare nella storia della comunicazione, nel senso che molti oggi fanno risalire a quell’evento l’inizio della cosiddetta “era mediatica”, nella quale - come avrebbe poi puntualizzatio Mac Luhan - “il mezzo è il messaggio”. Ovvero, la TV “diventa” la realtà.
In assenza di piazze, nelle quali convergere nei momenti di crisi, per la prima volta in quel Novembre del ‘63 gli americani, schoccati dall’assassinio del presidente, si erano riuniti attorno al “focolare elettronico”, che da quel momento divenne per tutti la nuova “realtà”.
Fu così che quando, nel ‘69, la TV ci mostrò degli uomini sulla Luna, divenne automaticamente “vero” per tutto il mondo che l’uomo fosse andato sulla Luna. Lo aveva detto la TV.
Prima obiezione - il “grande segreto”
Prima di tutto, non è affatto vero che sia necessario coinvolgere “migliaia”, o anche solo “centinaia” di persone, nella colossale bugia. Anzi, molti degli addetti ai lavori sarebbero stati proprio le prime vittime di questo mastodontico inganno: a differenza di quello che si crede, le comunicazioni in diretta fra Apollo 11 e “Houston” erano avvenute soltanto per i primi dieci/quindici minuti dopo il lancio del Saturno. Dopodichè, per qualche motivo non chiaro, il ponte radio era stato rilevato da una misteriosa “stazione secondaria”, lontana da Houston, che rimandava a sua volta le comunicazioni alla sala di controllo. Ovvero, le centinaia di persone che abbiamo visto alzarsi e applaudire all’unisono, al “touchdown” lunare di Apollo, in tutta probabilità stavano guardando lo stesso nastro registrato che abbiamo visto tutti noi.
(L’ipotesi più diffusa è che gli astronauti siano partiti davvero con il Saturno, e abbiano poi passato una settimana in orbita terrestre - mentre noi vedevamo lo spettacolo preregistrato dalla Luna- per poi riprendere la commedia “in diretta”, al momento dell’ammaraggio nel Pacifico. E’ noto al proposito l’episodio di un radioamatore australiano che avrebbe sentito chiaramente delle conversazioni fra astronauti e personale di terra, in un momento in cui la navicella doveva trovarsi addirittura dietro al lato coperto della Luna. L’altra ipotesi è che invece non fossero mai partiti con il Saturno, e che al momento del rientro siano stati trasportati in quota da un C-130, che li avrebbe sganciati sul Pacifico all’interno della loro navicella).
In ogni caso, diventa più facile spiegare quella strana espressione “agrodolce” che si nota spesso su tutti i “terzetti” di ritorno dalla missioni lunari. Il più delle volte, sembra più che altro che gli sia morto il gatto.
Questi sono Armstrong, Aldrin e Collins (in “quarantena”, dopo l’ammaraggio), che vengono ricevuti e complimentati nientedimeno che da Nixon in persona. D’accordo, saranno anche stanchi, ma capita davvero tutti i giorni di tornare dalla Luna, e di incontrare il tuo presidente, per fare quella faccia?
Al di lì di quale sia il numero esatto di persone al corrente della messinscena, vi è un meccanismo, che si può definire “bugia nella bugia”, che permette di salvaguardare un segreto di questo genere per lungo tempo, e nonostante le molte persone coinvolte. Bisogna che ciascuno di loro sia convinto che dalla salvaguardia di quel segeto derivi, ad esempio, la sicurezza nazionale (”se non fingiamo di arrivare per primi sulla Luna, i russi ci batteranno e domineranno il mondo”), ed ecco che i migliori difensori della bugia diventano proprio coloro che ne sono stati le prime vittime.
Certo, non sempre funziona, e non con tutti, specialmente quando di mezzo ci siano l’orgoglio, la passione, l’integrità e la professionalità di gente che ha dedicato la vita inseguendo un sogno, che di colpo gli si rivela impossibile. Ma la storia della NASA è anche costellata di strani “incidenti”, nei quali hanno perso la vita astronauti che, casualmente, avrebbero manifestato un certo fastidio nell’essere stati “incastrati” in un meccanismo dal quale, ovviamente, non potevano più uscire.
Un pò come la mafia: quando ne conosci i segreti, ne fai parte anche tu per sempre.
Nelle immagini a lato, forse l’episodio più significativo di tutti. Gus Grissom, Edward White e Roger Chaffee erano i primi tre astronauti che avrebbero dovuto inaugurare il ciclo delle missioni Apollo.
Ma Apollo 1 non si levò mai da terra, poichè i tre morirono carbonizzati in uno stranissimo incidente durante una simulazione, nel quale nessuno dei mille tecnici presenti riuscì ad aprire il portello della capsula, mentre i tre soffocavano tragicamente al suo interno. Le cause effettive dell’incidente non furono mai chiarite.
Altri astronauti sono morti in circostanze non chiare, e fra questi anche due dei dodici che fecero ritorno dalla Luna. Ma questa non vuole essere un’indagine di carattere criminale, e ci accontentiamo di aver detto che vi sono molti casi sospetti, nell’arco dell’intera storia del progetto Apollo. LA NASA è in realtà un braccio militare “travestito” da civile, e non ci è quindi difficile credere che, di fronte ad interessi di queste dimensioni, non si stia a guardare troppo per il sottile per garantirne la realizzazione.
Approfittiamo per suggerire un’ulteriore, eventuale “vantaggio” che sarebbe derivato alla NASA dalla finzione dei viaggi lunari. Come già detto, stiamo parlando in realtà del braccio spaziale della difesa americana, ed i miliardi di dollari che il Congresso ha erogato in quel periodo, per andare sulla Luna, furono veri. Se quindi fu necessario spenderne solo una minima parte, per “andare” sulla Luna, qualche altro buon uso, “in nero” oltretutto, per i finanziamenti rimanenti lo avranno certo trovato. Al Pentagono la fantasia non è mai mancata, in quel senso.
Seconda obiezione - il silenzio dei russi
Anche qui, ovviamente, possiamo fare solo ipotesi. La prima è quella di immaginare che reazione ci sarebbe stata, nel mondo, se davvero al ritorno di Armstrong dalla Luna i russi avessero detto “non è vero!” Gli avremmo davvero creduto, nel momento in cui i veri sconfitti nella corsa allo spazio diventavano proprio loro? Non ci avrebbero fatto invece la figura della volpe con l’uva?
Ma il vero motivo del loro silenzio probabilmente è molto più profonodo, e molto più realistico. Una volta resisi conto di essere stati “fregati” dal bluff di Kennedy, per il rischio che correvano nel denunciarlo dalla loro particolarissima posizione, perchè non cercare invece un “compromesso” utile, come ad esempio un programma spaziale congiunto, in cui loro avrebbero avuto solo da guadagnare? (Dopo la partenza folgorante, il programma spaziale russo si era completamente arenato, probabilmente per mancanza di fondi).
Sarò un caso, ma nasce proprio in quegli anni il programma Apollo-Soyuz, che si è poi evoluto fino a portare insieme astronauti russi e americani nello spazio. Non fosse stato per la navicella di emergenza russa, dopo il recente disastro dello Shuttle Columbia, i tre astronauti americani che erano rimasti nella stazione orbitante non avrebbero avuto modo di rientrare sulla terra.
E così, mentre il popolo americano festeggiava la vittoria sul quello russo, i veri sconfitti erano le popolazioni di ambedue i continenti, alle quali fu fatta trangugiare una bugia storica di dimensioni colossali. Come sempre, i potenti si mettono d’accordo sopra le nostre teste, e i fessi restiamo comunque noi.
II PARTE: GIORNATA LUNARE, LUNGHEZZA DELLE OMBRE, ESCURSIONE TERMICA
Qualche nozione generale, che verrà utile nell’esaminare da vicino le fotografie.
La giornata lunare
Una cosa fondamentale da tenere sempre presente, è che sulla Luna non ci sono le “giornate” come da noi, dove nell’arco di 12 ore ore si passa dal giorno alla notte piena, e poi di nuovo al giorno in altre 12 ore. Un intero giorno lunare, cioè il tempo che passa fra un’alba e l’altra sul nostro satellite, sulla Luna dura circa un mese (un giro intero intorno alla Terra). Quindi, se sulla Luna il sole sorge ad un qualunque punto dell’orizzonte, dopo 24 ore si sarà mosso, lungo il suo arco di rotazione, di soli 12° circa (12° x 30 giorni fa 360°, cioè un giro completo). Si è quindi in una specie di “tempo sospeso”, dal momento dell’arrivo a quello della partenza, in cui la luce rimane praticamente immutata.
Vediamo ora il giornale di bordo di Apollo 11. Il LM (modulo lunare), chiamato Eagle, è allunato, secondo i dati ufficiali della NASA, alle ore 102:45:48. (Nella cronologia delle missioni la NASA usa il conteggio delle ore, dal momento della partenza dalla Terra, e non i giorni, proprio per il motivo visto sopra). Ecco l’estratto dell’Apollo Lunar Journal che riporta il momento in cui Armstrong ha comunicato che l’allunaggio era avvenuto. (Cliccare sull’immagine per la pagina originale, sul sito NASA).
Veniamo ora alla storica sortita sul suolo lunare dei primi due astronauti, avvenuta circa 7 ore dopo. L’Apollo Lunar Journal indica l’uscita di Armstrong sul portello esterno alle 109:19:16.
Quindi, una volta arrivati, gli astronauti hanno trascorso circa sette ore all’interno del LM, per poi scendere a calpestare il suolo lunare. Qui hanno svolto varie attività, fra cui la storica posa della bandiera, le foto-ricordo, le riprese video dei primi passi a gravità ridotta, le immagini dell’impronta umana sulla luna, ed infine una serie di esperimenti scientifici (ALSEP).
Sono quindi rientrati nel LM, ed alle 111:39:13 Alrdrin ha comunicato a Houston che il portello era stato richiuso e sigillato.
Sono quindi passate, dal momento dell’uscita, due ore abbondanti, e dopo altre due ore circa il Lem è ripartito alla volta della Terra. Questo porta quindi il totale di permanenza sulla Luna di Apollo 11 a circa 12 ore complessive, durante le quali il sole non dovrebbe aver cambiato posizione, sull’orizzonte, di più di 5-6° al massimo. Praticamente fermo.
Lunghezza delle ombre
Più in generale, i sei viaggi sono stati effettuati - ci dice sempre la NASA - in modo da far allunare il Lem, ogni volta, vicino alla “linea d’ombra” fra giorno e notte lunari, cioè con il sole appena sopra l’orizzonte. Questo spiega perchè, nella stragrande maggioranza delle foto, le ombre degli astronauti risultino particolarmente lunghe, proprio come quelle che si registrano sulla Terra col sole basso sull’orizzonte, subito dopo l’alba o subito prima del tramonto.
Teniamo presente questi elementi generali, perchè ci serviranno più avanti da supporto, nel corso dell’analisi delle fotografie.
TEMPERATURE E RADIAZIONI COSMICHE
Per ignoranza, o per abitudine, noi siamo abituati a considerare lo spazio cosmico come un “vuoto” assoluto. In realtà questo spazio è attraversato costantemente da poderose radiazioni solari, milioni di volte più forti di quelle che noi rivceviamo, filtrate dall’atmosfera, sulla Terra. Basti pensare alla differenza che si registra sulla nostra pelle se passiamo un’ora al sole nel tardo pomeriggio (quando i raggi solari ci arrivano in diagonale, e sono quindi maggiormennte filtrati dall’atmostera), e un’ora passata al sole a mezzogiorno (quando invece i raggi ci colpiscono in perpendicolare, ed attraversano uno strato più sottile di atmosfera).
Questo signore deve aver protratto un pò troppo a lungo la sua permanenza al sole, in alta montagna. E’ bastato lo scarto di densità atmosferica che c’è con i livello del mare, per ridurlo in quelle condizioni.
Pensiamo ora di togliere del tutto il filtro atmosferico, e di passare un paio d’ore con il volto esposto ai raggi solari, protetti soltanto dallo schermo del casco. Per quanto filtrante possa essere il suo materiale trasparente, non è certo pensabile di poter passare più di un paio di secondi alla diretta luce del sole, senza friggere come cotechini. Al di là della radiazioni cosmiche, infatti, la superficie lunare raggiunge al sole delle temperature medie fra i cento e i duecento gradi centigradi, mentre all’ombra le temperature si abbattono drasticamente sotto i meno-cento gradi centigradi.
Come fa quindi questo astronauta a prendersi direttamente in faccia quei poderosi raggi solari, infischiandosene altamente? La NASA ci racconta che all’interno le tute sarebbero “refrigerate”, ma la pelle è la pelle, e i raggi solari li riceve direttamente in faccia. Gli astronauti inoltre passano continuamente dalla luce all’ombra, subendo ogni volta uno scarto di irradiazione termica di quasi duecento gradi. Duecento, non venti. Se le tute fossero davvero “refrigerate”, non appena gli astonauti passano all’ombra dovrebbero congelare come merluzzi del supermercato.
(Ad oggi inoltre non si conosce nessuna tecnologia in grado di raffreddare l’interno di una tuta, chiusa ermeticamente, senza un qualunque compressore/decompressore che si preoccupi di trasformare e disperdere il calore. Bisognerebbe infine spiegare come sia possiblie disperdere calore direttamente nel vuoto atmosferico.)
Ecco infatti una tabella, che mostra con chiarezza l’escursione termica a cui sarebbero soggetti degli astronauti sulla superficie lunare.
Escursione termica
Sulla Luna, non essendici atmosfera (che la avviluppa e “trattiene” il calore), gli oggetti si scaldano solo per irradiazione (o riflessione), ma non per diffusione.
Questo fa sì che lo scarto di temperatura fra luce e ombra sulla Luna sia molto più forte che non sulla Terra. Nel diagramma si vede la differenza fra l’escursione termica media (”mean”) sulla Terra (in celeste), al Polo Sud (bianco), sulla Luna (in grigio), e su Marte (rosso). Come vedete, sulla Terra si può andare da circa 60° centigradi a meno 90°, mentre sulla Luna si possono raggiungere i 100° al sole, con una brutale caduta, all’ombra, di 140° sotto zero.
Se pensiamo a cosa si prova d’estate, usendo dall’acqua bagnati, nel passare dal sole all’ombra (dove lo scarto sarà al massimo di 10-15° centigradi), diventa difficile immaginare come abbiano potuto gli astronauti passare continuamente dal sole all’ombra, sulla Luna, senza accusare nessun problema.
LE MAGICHE HASSELBLAD
Un’altro problema, creato dal forte scarto termico, è quello delle condizioni fisiche della pellicola, che a quanto ci è detto era un’ emulsione particolarmente sottile (per ottenere più scatti) del famoso Ektachrome 160. (L’unica alternativa valida, in quegli anni, era il Kodachrome 25, di definizione molto maggiore, ma probabilmente troppo lento per fotografare senza cavalletto). Ora, a molti di voi sarà capitato di dimenticare la macchina fotografica sul cruscotto della macchina, al sole d’estate, con risultati sulla pellicola molto simili agli effetti speciali dei filmacci horror televisivi. Per quanto sulla Luna, come già detto, non vi sia diffusione del calore, le parti, all’interno della macchina, si toccano tutte, ed è quindi impensabile che l’involucro esterno raggiunga anche solo i cento gradi, ma la pellicola rimanga sotto i 30 gradi necessari per non iniziare a decomporsi.
Ma veniamo ora ai problemi veri e propri che si riscontrano nella fotografie scattate sulla Luna.
“Le foto sulla Luna? Se le avessero chieste a me, le avrei fatte molto meglio.”
- Oliviero Toscani
IL PROBLEMA DEL CONTROLUCE
Introduzione
Il “problema del controluce” è uno dei problemi fondamentali che ricorrono un pò dovunqe, nelle foto delle varie spedizioni lunari. Vale quindi la pena di capirne a fondo i termini, per poter apprezzare meglio i difetti - vistosissimi all’occhio dell’esperto - delle fotografie lunari. (Questa spiegazione tecnica è soprattutto per chi non sia molto esperto di fotografia. Chi è già pratico può anche saltare direttamente alle foto incriminate).
Realizzare foto in controluce è da sempre stato un piacere e una dannazione insieme, per qualunque fotografo al mondo. Piacere, perchò di solito una persona risulta molto piu “bella” quando il suo volto non riceve direttamente in faccia i raggi solari (che creano brutte ombre sotto mento, naso, bocca ecc.), dannazione perchè il controluce ti obbliga sempre ad un compromesso, nel quale devi scegliere se esporre* per il soggetto in primo piano, che è in ombra - cioè illuminato solo dalla rifrazione della luce circostante - oppure per lo sfondo, che è invece illuminato direttamente dal sole.
* Esposizione: Con qualunque tipo di macchina fotografica - automatica o manuale, a pellicola o digitale - prima di ogni scatto bisogna determinare la giusta quantità di luce che andrà a colpire la pellicola (o il sensore elettronico). Questo lo si fa regolando l’apertura del diaframma, ovvero il “buco” effettivo attraverso cui passa la luce. Troppa luce renderebbe la foto “bruciata” (slavata), troppo poca la renderebbe scura, o quasi nera. In gergo si dicono anche foto sovresposta e foto sottoesposta. “Esporre” quindi, significa determinare la quantità di luce che andrà a colpire la pellicola/sensore LCD.
Il diaframma degli obbiettivi fotografici funziona esattamemte come la pupilla dell’occhio umano, della quale in realtà è solo una rudimentale imitazione meccanica: aprendosi o chiudendosi a seconda delle situazioni, esso lascia passare la giusta quantità di luce che ci permetta sempre di vedere, senza per questo restare abbagliati.
Quando noi passiamo dall’ombra al sole forte, inizialmente restiamo abbagliati, ma dopo un pò ci abituiamo. E’ la nostra pupilla che nel frattempo si è chiusa, lasciando passare meno luce. Lo stesso accade quando passiamo dalla luce forte alla penombra: all’inizio è tutto buio, poi, man mano che la pupilla si apre, si comincia a vedere meglio.
Il diaframma delle macchine fotografiche funziona nello stesso identico modo.
Ma lo scatto fotografico è unico, e nelle situazioni di controluce - dove hai troppa luce “dietro”, e troppo poca “davanti” - è praticamente impossibile trovare un compromesso che non sacrifichi o il soggetto in ombra, o lo sfondo illuminato dal sole.
Il compromesso impossibile
Ecco un classico esempio, in cui il fotografo ha eseguito due scatti, alla ricerca del miglior compromesso fra luce e ombra.
In ambedue i casi, i risultati sono insoddisfacenti. A sinistra, col diaframma più chiuso, lo sfondo è giusto, ma il soggetto è troppo scuro (in questo caso si dice che il fotografo “ha esposto per le luci”, cioè ha dato la corretta impostazione al diaframma rispetto alle parti più luminose dell’immagine. A destra, aprendo invece il diaframma (esponendo “per le ombre”), il soggetto diventa accettabile, ma lo sfondo risulta troppo chiaro. Se si aprisse ancora il diaframma, per vedere ancora meglio il soggetto in ombra, lo sfondo diventerebbe completamente bianco.
Ecco altri due esempi di fotografie in controluce, esposte “per le luci”.
Nonostante il gruppo di ragazzi abbia davanti la sabbia illuminata dal sole, e l’orso stia addirittura sulla neve, il terreno circostante non è in grado di riflettere luce a sufficienza per schiarire la parte in ombra delle loro figure (anche perchè la luce “rimbalza via” lontano da loro).
Come già detto però, per la figura umana i risultati sono mille volte migliori in controluce, poichè il soggetto è illuminato in maniera uniforme, e si evitano le profonde ombre che la luce del sole disegna impietosamente sul volto delle persone.
I PROFESSIONISTI
Per poter quindi fotografare la modella in controluce, i professionisti della moda ricorrono a diverse soluzioni tecniche, che implicano un equipaggiamento supplementare, una certa esperienza, e soprattutto degli aiutanti sul campo. Il metodo più comune è quello di usare dei grandi pannelli riflettenti, da posizionare accanto alla macchina fotografica, che rimandino verso il soggetto abbastanza luce solare da poterne pareggiare la luminosità con quella dello sfondo. (Importante: tali pannelli, per illuminare a sufficienza il soggetto, devono essere grandi almeno quanto il soggetto stesso). Ecco uno schema grafico, visto dall’alto:
Ecco a destra un esempio pratico: la modella è fotografata in controluce (il sole è dietro di lei, sulla sua spalla destra). Se alla destra del fotografo non ci fosse un assistente, che tiene un grande pannello riflettente rivolto verso la modella, i dettagli e i colori dell’abito non si apprezzerebbero a sufficienza. (Confrontate questa immagine con le foto-ricordo più sopra, e capite subito che qui ci deve essere “qualcosa in più” che schiarisce il corpo in ombra della modella).
Così infatti si vede bene il vestito in controluce, ma si vede bene anche lo sfondo, che non è stato più necessario sacrificare “esponendo per le ombre”.
Sulla Luna però non si possono portare pannelli riflettenti, nè altre sorgenti di luce artificiale, se non altro perchè non ci sarebbe nessun assistente per manovrarli mentre si scattano le foto.
E purtroppo sulla Luna la luce diffusa attorno all’astronauta è ancora minore di quella della Terra, poichè non c’è l’atmosfera, le cui particella rifrangono i raggi solari tutto intorno all’astronauta.
Ed infatti, nella maggioranza dei casi, le foto degli astronauti sono così:
Quando le zone il luce sono esposte correttamente, quelle in ombra risultano praticamente nere. Come possiamo vedere quindi, Terra o Luna non fa una gran differenza, anche perchè il sole che ci illumina è lo stesso. (Queste foto in realtà sono state scattate sulla Terra, ma di notte - oppure in studio - e senza l’ausilio di pannelli riflettenti. Risultano quindi “giuste”, ovvero come dovrebbero venire se fossero scattate sulla Luna).
Ma come si spiegano, a questo punto, altre foto lunari in cui di colpo le zone d’ombra sono leggibilissime, pur restando leggibile anche lo sfondo illuminato dal sole? Ecco alcuni degli esempi più eclatanti:
PRIMO PROBLEMA - CONTROLUCE E ZONE D’OMBRA
In una situazione lunare, con i contrasti forti e le ombre nette che abbiamo descritto, diventa praticamente impossibile spiegare da che cosa possa essere illuminata una qualunque zona d’ombra, come avviene in queste foto (Apollo 14), o in tante altre molto simili.
C’ è pochissima differenza di esposizione fra la tuta dell’astronauta e il terreno retrostante (ovvero, qui magicamente sarebbe stato risolto il “compromesso impossibile”, senza assistenti e senza pannelli riflettenti), e ci sono addirittura, in piena ombra, dei forti riflessi sulle parti metalliche, che non possono in nessun modo originare dalla luce “diffusa” circostante. Ricordiamo infatti che sulla Luna non c’è atmosfera, e non c’è quindi nemmeno quell’effetto di rifrazione atmosferica che troviamo sulla Terra.
Anche qui (Apollo 15) non c’erano oggetto voluminosi, in vicinanza del LEM, che potessero riflettere così tanta luce sulla parte in ombra. Non si spiegano quindi la luminosità, nè il contrasto, nè soprattutto quei forti riflessi nella protezione di alluminio. Che cosa genera quei riflessi? Che si tratti del terreno stesso, come abbiamo già visto con l’esempio dell’orso sulla neve, è tassativamente da escludere: qui non solo non c’è rifrazione nelle particelle di atmosfera, ma la luce è addirittura più radente ancora, e quindi “rimbalza” più lontano dal LEM (cioè verso di noi).
Richiamiamo infine l’attenzione su quello che dovrebbe essere il sole. A parte le dimensioni particolarmente striminzite (molto più vicine a quelle di un “bruto” da cinema, in realtà), puntare un obiettivo Leitz direttamente verso il sole, in mancanza inoltre di filtro atmosferico, equivale a “bruciare” completamente la pellicola in sovraespoisizione, a meno di chiudere il diaframma praticamente a zero. Ma in quel caso non si dovrebbe vedere assolutamente nulla delle zone in ombra del LEM. Provate a scattare una qualunque fotografia, che inquadri direttamente il sole, e poi osservate cosa si riesce a vedere nelle zone d’ombra degli oggetti compresi nell’inquadratura (sempre a causa del famoso “compromesso impossibile”, spiegato più sopra).
Questi sono solo due esempi, fra i tantissimni che si riscontrano nelle serie fotografiche delle varie missioni lunari. La tentazione di “aiutare” l’immagine, schiarendo le zone in ombra senza sacrificare l’esposizione dello sfondo, illuminato dal sole, ha spesso tradito gli autori di questi evidenti falsi fotografici.
IL PROBLEMA DELLO SFONDO, E IL PROBLEMA DEI CONI DI LUCE
Esistono, nella fotografia di moda, svariati sistemi per “andare alle Maldive” senza dover ogni voltra andare alle Maldive. Eccone alcuni esempi, che funzionano in maniera diversa. Il primo a sinistra è un semplice fotomontaggio digitale, ovvero la foto della modella, fatta in studio, è sovrapposta ad un altra, scattata al mare. Il secondo è una plancia di supporto, su cui siede la modella (sempre in studio), mentre alle sue spalle viene proiettata una diapositiva. Il terzo infine è un semplice fondale colorato, che ricorda uno spazio aperto senza pretendere di ingannare nessuno.
Ma in ciascun caso è ovvio che si tratti di sistemi limitati, nei quali comunque il trucco, ovvero “la giunta” fra l’immagine in primo piano e l’ambiente sullo sfondo, si vede chiaramente.
E se è difficile oggi, con le tecnologie più moderne, riuscire a spacciare una foto in studio per una in esterni, figuriamoci trent’anni fa, quando gli unici strumenti a disposizione, oltre alle mani dello stampatore sotto l’ingranditore, erano le forbici e il cartoncino.
COME E’ POSSIBILE REALIZZARE SULLA TERRA DELLE FOTO “LUNARI”
Per produrre sulla Terra foto simili a quelle che si otterrebbero sulla Luna, si possono usare almeno tre metodi diversi:
Il primo è quello di fotografare gli astronauti in studio con luce artificiale (i potenti “spot” da cinema), che imitino la luce del sole, in un ambiente ricreato appositamente. Come nei film di Fellini, dove la spiaggia di Rimini stava tutta dentro lo studio 5 di Cinecittà. (Nella foto accanto, la “palestra” originale degli astronauti, ricreata in studio).
Il secondo è quello di fotografarli sempre con potenti spot da cinema, ma in esterni, di notte, in situazioni desertiche somiglianti a quelle lunari (es. più sotto).
Il terzo infine è quello di fotografarli sempre in esterni, nelle stesse situazioni desertiche, ma di giorno, ritagliando poi in sede di stampa la parte di cielo e nuvole, e sostituendola con del nero qualunque (es. più sotto).
Ma in ciascun caso, indipendentemente dal metodo usato, va poi aggiunto in sede di stampa uno sfondo di tipo lunare “lontano” (la famosa diapositiva dei tropici, alle spalle delle modelle), che ovviamente non può essere presente nè in studio, nè in eventuali scorci di deserto che si siano trovati sulla Terra.
Qui scatta
IL PROBLEMA DELLO SFONDO: IL “DAVANTI”, E IL “DIETRO”
Lasciamo la parola alle immagini.
Nella stragrande maggioranza delle foto lunari, la linea di giunta attraversa tutto il fotogramma, da parte a parte, e così le foto risultano la somma evidente di due metà ben distinte, senza nessuna zona di continuità che leghi i due piani. Si noti infine la differenza di colorazione fra i due terreni giustapposti.
Vi sono molti casi in cui gli astronauti hanno voluto documentare l’intera zona in cui si trovavano, con una panoramica a 360 gradi (fatta giustapponendo diversi scatti singoli). Il problema a questo punto diventa macroscopico, poichè di colpo ci si accorge di essere allunati …
… su uno stranissimo plateau rialzato, separato dal mondo circostante da una vallata circolare, che però sulle mappe degli allunaggi non appare affatto!
Per vedere l’immagine panoramica in dimensioni reali andate qui (180 kb). (ATTENZIONE: Internet Explorer spesso riduce automaticamente le dimensioni di un’immagine che sia più larga dello schermo. Accertarsi di stare vedendo l’originale, che è largo almeno 5 volte la schermata del computer).
IL PROBLEMA DEL CONO DI LUCE
Questo è forse, fra tutti, il problema che condanna le foto lunari senza possibilità di scampo. Se si utilizzano gli spot da cinema di notte, sia in studio che in esterni, bisogna avere l’accortezza di usarne uno solo, per evitare doppie ombre. Questa purtroppo è una limitazione che ti permette di illuminare una zona di terreno limitata.
Tutto intorno al cono di luce proiettato dallo spot, infatti, si verificherà una zona di ombra progressiva, fino al buio assoluto. Ed ecco cosa succede, in tali condizioni, se si allarga un pò troppo l’inquadratura.
La parte di terreno più lontana dal soggetto risulta degradare verso l’ombra, mentre, se davvero ad illuminare fosse il sole, tutto il terreno dovrebbe risultare illuminato in maniera uniforme. Come ad esempio in questa immagine, a noi molto piu familiare, della pianura padana:
Come spiegare allora quell’ombra tutto intorno?
Ecco sotto la corrispondente panoramica a 360 gradi, che mostra l’intera zona di allunaggio di Apollo 11. E’ praticamente piatta. Non vi erano quindi nelle vicinanze del LEM ostacoli o colline di alcun genere, che potessero proiettare ombre di quel tipo sul terreno circostante.
Ecco altri esempi, presi da missioni diverse, con il “cono di luce” chiaramente visibile.
A Perchè mai il sole dovrebbe “dimenticarsi” di illuminare la zona di terreno indicata dalla freccia?B
La foto sotto ci dà la possibilità di vedere sia davanti che dietro al fotografo (poichè questo è riflesso nel visore dell’astronauta). C
Sotto vedete lo schema, visto dall’alto, della foto C, che si ottiene sommando quello che si vede alle spalle dell’astronauta a quello che si vede riflesso nel suo visore. Potete vedere chiaramente il “cono di luce”, che inizia proprio sotto il gomito sinistro dell’astronauta, mentre sia il soggetto che il fotografo sono circondati da una penombra inspiegabile.
L’effetto che vedete in queste foto, oltretutto, è curiosamente identico a quello che si otterrebbe fotografando gli astronauti proprio con gli spot da cinema, sia in studio che in esterni, di notte (quello sotto è chiaramente un fotomontaggio).
Accortisi probabilmente del difetto clamoroso, gli stessi responsabili NASA devono aver deciso di correggere il tiro, poichè da un certo punto in poi hanno iniziato a comparire sempre più foto fatte con il terzo metodo, quello delle foto scattate di giorno in esterni, con il cielo rimosso in seguito. Qui finalmente il terreno risulta tutto illuminato uniformemente, come dovrebbe essere.
La foto originale probabilmente era qualcosa di molto simile all’immagine sotto (noi abbiamo fatto il percorso inverso, aggiungendo un cielo qualunque a quella “lunare” sopra:
Sotto un altro esempio del procedimento che si userebbe scattando nel deserto di giorno, per rimpiazzare poi lo sfondo terrestre con il “buio” spaziale. Si scatta la foto “dietro casa”…
… e poi in camera oscura si cancella il cielo. (Noi qui abbiamo nuovamente fatto il percorso inverso, aggiungendo un cielo qualunque alla foto “lunare” della NASA). In fondo, il trucco è semplice.
Il problema è che ormai le prime foto, quelle con il “cono di luce”, avevano fatto il giro del mondo.
NOTA: Una della accuse che viene invece rivolta erroneamente alla NASA, è quella di aver “dimenticato” di mostrare le stelle nel cielo lunare. E’ invece corretto che non compaiano, poichè il diaframma imposto dalla luce solare, non filtrata dall’atmostefa, dovrebbe tranquillamente raggiungere valori tali per cui le stelle, più deboli e lontane, non si vedrebbero comunque.
Ecco infine un’altra immagine, che riassume almeno tre degli errori visti finora. Potete provate a vederli da soli, prima di continuare a leggere:
1) Sole particolarmente “anemico” (che ti permette addirittura un diaframma sufficiente a leggere le ombre, pur inquadrandolo direttamente!), 2) La zona in ombra illuminata da riflessi del tutto ingiustificati (il “compromesso impossibile” del controluce), e 3) il vistoso cono di luce al centro dell’immagine, dove il terreno risulta molto più chiaro che non ai lati (frecce gialle).
La prova più indecente: la Nasa si sarebbe persa il nastro originale dello sbarco!
Si fa sempre più ardua la strada per coloro che vogliono continuare a credere ai viaggi dell’uomo sulla Luna.
Alle mille obiezioni che sono state opposte nel tempo a questa improbabile avventura spaziale - dai limiti oggettivi della scienza (di allora come di oggi) per difendersi dalle radiazioni cosmiche, a quelli più squisitamente tecnici di realizzabilità in generale, e infine ad una montagna di fotografie e filmati clamorosamente falsi - si viene ora ad aggiungere un ostacolo tanto imprevisto quanto significativo: è semplicemente scomparso il filmato originale della prima passeggiata lunare di Neil Armstrong.
Lo hanno perso!
Per capire quale grossolana imbecillità rappresenti tale affermazione, bisogna sapere prima alcune cose: secondo la NASA, le prime immagini televisive dell’uomo sulla Luna vennero trasmesse a terra da un “sistema televisivo non convenzionale”, ovvero non compatibile con il normale sistema NTSC (che viene tutt’ora usato in America). Fu quindi necessario, ci dicono, riprendere con una seconda telecamera …
… lo schermo televisivo “speciale” sul quale apparivano - nitidissime, pare, per chi le vedeva - le immagini in arrivo dalla Luna.
Ecco come noi avremmo finito per vedere quelle immagini offuscate e un pò “spettrali” - ma non per questo meno affascinanti - che tutti ricordiamo.
(Il maligno qui può suggerire che ci sia invece un motivo tecnico molto preciso, per cui sarebbe stata scelta l’opzione della “doppia ripresa”. Riprendendo delle immagini pre-registrate da un monitor de-interlacciato, se ne raddoppia la durata, e si ottiene quindi quell’effetto di “rallentatore” che caratterizza tutti i filmati “lunari”, e che siamo invece istintivamente portati ad attribuire alla minore gravità del satellite. Basta infatti prendere un qualunque filmato lunare, e proiettarlo a doppia velocità, per veder scomparire quel “magico” effetto di leggerezza di cui sembrano godere tutti gl astronauti della NASA.)
Naturalmente, sempre secondo la NASA, quelle preziose immagini in arrivo dalla Luna vennero comunque catturate su nastro magnetico, e messe da parte a futura memoria. In quel periodo in effetti si iniziavano ad usare i primi nastri magnetici da due pollici, detti “ampex”, per registrare le trasmissioni televisive, che fino a quel giorno erano state solo in diretta.
Ma è proprio qui che la storia comincia a fare acqua da più parti. Prima di tutto, non si capisce bene perchè la NASA abbia voluto sviluppare addirittura un sistema televisivo apposito, “non compatibile” con le TV di tutto il mondo, quando, da una parte, c’erano già le riprese a 16 mm. a garantire le immagini “di qualità”, mentre per la diretta TV una normalissima immagine a 525 linee avrebbe soddisfatto la platea mondiale molto di più di ciò che abbiamo visto tutti quella notte.
(Sempre per il maligno, diventa invece facile suggerire come questo “escamotage” spieghi perchè nessun altro osservatorio al mondo sia mai stato in grado di ricevere un solo fotogramma di quelli provenienti dalla Luna).
Ma la cosa più clamorosa è la faccenda della “perdita” del nastro originale. Questo tipo di materiale infatti, per essere conservato nel tempo, va protetto e mantenuto in un ambiente sterile, a temperatura e umidità costanti, in modo da rallentarne al massimo il naturale processo di degrado. E’ anche buona regola, nel caso di riprese di valore storico eccezionale come queste, farne un certo numero di copie, da conservare saggiamente in luoghi ben distanti l’uno dall’altro. Se un terremoto dovesse distruggere l’originale che sta nel Maryland, ad esempio, c’è sempre la copia che era conservata a Langley, o viceversa.
Ma la cosa più saggia di tutte - obbligatoria, anzi, in questo caso - sarebbe stata quella di procedere appena possibile a digitalizzare il nastro, trasformando in permanenti tutte quelle informazioni che sono invece destinate al deperimento naturale, trattandosi di nastro analogico. E’ un’operazione che si sarebbe potuta, e dovuta, fare in tutta tranquillità gia da oltre dieci anni. Invece, nessuno pare ci abbia pensato.
In ultimo, non avrebbe guastato usare all’umanità la cortesia di mostrarci, anche soltanto una volta, queste famose immagini lunari “di altissima qualità”, la cui memoria invece pare destinata a scomparire insieme a quei pochissimi che sono ancora vivi fra quei pochi che le videro al momento degli allunaggi.
In altre parole, è scomparso il nastro più importante della storia umana, senza che nessuno lo abbia mai visto. E la cosa più paradossale è che una notizia del genere non faccia in realtà notizia!
A proposito, lo sapevate che l’uomo era stato anche su Mercurio, vero? Come no? Era accaduto già negli anni ‘50. Ci eravamo andati travestiti da zolfanelli, per ingannare i potenti raggi solari, e c’era pure il filmato originale, uno splendido Super-8 dai colori smaglianti e impeccabili. Lo teneva mia zia nel tinello, insieme agli attrezzi del cucito, ma deve averlo buttato via per sbaglio quando ha comperato la taglia-e-cuci elettronica.
Maledetto progresso, ci porta sempre via le cose più belle.
1 – Nel Vicino Oriente,sono sempre gli arabi ad attaccare per primi, ed è sempre Israele a doversi difendere. Questa difesa si chiama “rappresaglia”. 2 - Né gli arabi, né i palestinesi, né i libanesi hanno il diritto di uccidere i civili. Questo si chiama “terrorismo”. 3 - Israele ha diritto di uccidere i civili. Questa si chiama “legittima difesa”. 4 - Quando Israele uccide dei civili in massa, le potenze occidentali le chiedono che lo faccia con più contegno. Questa si chiama “reazione della comunità internazionale”. 5 - Né i palestinesi né i libanesi hanno il diritto di catturare dei soldati israeliani all’interno di installazioni militari con sentinelle e postazioni di combattimento. Questo lo si deve chiamare “rapimento di persone indifese”.
6 - Israele ha il diritto di rapire sempre e ovunque tutti i palestinesi o libanesi che gli pare. Le cifre attuali si aggirano sui 10mila prigionieri, di cui 300 bambini e mille donne. Non serve alcuna prova della loro colpevolezza. Israele ha il diritto di tenere in carcere questi prigionieri sequestrati a tempo indeterminato, anche se sono autorità democraticamente elette dai palestinesi. Questa si chiama “incarcerazione di terroristi”. 7 - Quando viene menzionata la parola “Hezbollah”, è obbligatorio aggiungere, nella stessa frase, “sostenuti e finanziati dalla Siria e dall’Iran”. 8 - Quando viene menzionata “Israele” è tassativamente proibito aggiungere “sostenuta e finanziata dagli USA”. Questo potrebbe dare l’impressione che il conflitto sia disuguale e che l’esistenza di Israele non sia a rischio. 9 – Nelle notizie su Israele si deve sempre evitare che compaiano le seguenti frasi: “Territori occupati”, “Risoluzioni dell’Onu”, “Violazioni dei Diritti Umani” o “Convenzione di Ginevra”. 10 - I palestinesi, similmente ai libanesi, sono sempre “vigliacchi” che si nascondono in mezzo alla popolazione civile, che “non li vuole”. Se dormono a casa con i propri familiari, questa cosa ha un nome: “vigliaccheria”. Israele ha il diritto di distruggere con bombe e missili i quartieri dove dormono. Questa si chiama “azione chirurgica, di alta precisione”. 11 - Gli israeliani parlano inglese, francese, spagnolo o portoghese [o italiano] meglio degli arabi. Pertanto meritano di essere intervistati più spesso, e di avere migliori opportunità di tradurre al gran pubblico le anzidette regole di redazione, dalla uno alla dieci. Questa si chiama “neutralità giornalistica”. 12 – Tutti coloro che non siano d’accordo con le suddette Regole sono, e lo si deve certificare, “terroristi antisemiti di elevata pericolosità”.
Quanto segue è l’autorevole smantellamento di un mito; All’ annosa questio se gli ebrei formano una nazione risponde uno storico israeliano, poichè contrariamente all’opinione comune, la diaspora non nasce con l’espulsione degli ebrei della Palestina, ma da successive conversioni in Africa del Nord, in Europa del Sud ed nel Medio-Oriente. Ecco qualcosa che farà vacillare una delle basi del pensiero sionista, secondo la quale gli ebrei sono i discendenti del regno di Davide, ma non gli eredi dei guerrieri berberi o dei cavalieri kazari.
La spiegazione di Shlomo Sand, storico e professore all’università di Tel-Aviv:
Qualsiasi Israeliano sa, senza l’ombra di dubbio, che il popolo ebreo esiste da quando ha ricevuto la Torah(1) nel Sinai e che egli è il discendente diretto ed esclusivo del popolo eletto.
Tutti noi siamo convinti che questo popolo, fuggito dall’Egitto, si stabilì “sulla terra promessa”, dove fu eretto il regno glorioso di Davide e di Salomone, diviso in seguito nei regni di Giuda e di Israele. Inoltre nessuno ignora che questo popolo ha conosciuto l’esilio due volte: dopo la distruzione del primo tempio, nel VI° secolo prima di Cristo, quindi in seguito a quella del secondo tempio, nell’anno 70 dopo Cristo.
In seguito per il popolo ebreo vi furono peregrinazioni di circa due mille anni: le sue tribolazioni lo condussero nello Yemen, in Marocco, in Spagna, in Germania, in Polonia e fino in Russia, ma riuscì sempre a preservare i legami di sangue tra le sue Comunità così lontane fra loro. In questo modo la sua unicità non fu alterata.
Alla fine del xx° secolo, le condizioni divennero propizie per il suo ritorno nell’antica patria. Senza il genocidio nazista, milioni di ebrei avrebbero ripopolato naturalmente Eretz Israel (la terra di Israele) poiché era il loro sogno da venti secoli.
Vergine, la Palestina attendeva che il suo popolo originale venisse a farla rifiorire. Dato che apparteneva a lui solo, non a questa minoranza araba, sprovvista di storia, arrivata là per caso. Giuste erano dunque le guerre condotte dal popolo errante per riprendere possesso della sua terra; e criminale l’opposizione violenta della popolazione locale.
Da dove viene quest’interpretazione della storia ebraica?
È l’opera, dalla seconda metà del xix° secolo, di rimanipolatori, di talento, del passato, la cui fertile immaginazione ha ideato, sulla base di pezzi di memoria religiosa, ebraica e cristiana, una sequenza genealogica continua per il popolo ebreo. La storiografia abbondante del giudaismo comporta, certamente, una pluralità di approcci. Ma le polemiche nel suo ambito non hanno mai rimesso in discussione l’essenzialità delle concezioni elaborate soprattutto alla fine del XIX° secolo ed all’inizio del XX°.
Quando apparivano scoperte suscettibili di contraddire l’immagine di questo lineare passato, esse quasi non beneficiavano di alcun eco. L’imperativo nazionale, tale una mandibola fermamente chiusa, bloccava ogni tipo di contraddizione e deviazione rispetto alla versione dominante. Le specifiche istanze di produzione della conoscenza del passato ebreo - i dipartimenti esclusivamente dedicati “alla storia del popolo ebreo”, separati dai dipartimenti di storia (chiamati in Israele “storia generale”) - hanno in gran parte contribuito a questa curiosa “emiplegia”. Anche il dibattito, di carattere giuridico, su “chi è ebreo?”non ha preoccupato questi storici: per loro, è ebreo qualsiasi discendente del popolo costretto all’esilio due mille anni fa.
Questi ricercatori “autorizzati” del passato non parteciparono neppure alla discussione “dei nuovi storici”, iniziata alla fine degli anni 1980. La maggior parte degli attori di questo dibattito pubblico, in numero limitato, veniva da altre discipline o da orizzonti extra-universitari: sociologi, orientalisti, linguisti, geografi, specialisti in scienza politica, ricercatori in letteratura, archeologi; essi formularono nuove questioni sul passato ebreo e sionista. Si contavano anche nelle loro file laureati venuti dall’estero. Dai “dipartimenti di storia ebrea” giunsero, in compenso, soltanto degli echi apprensivi e conservatori, rivestiti di una retorica apologistica a base di idee ricevute.
Il giudaismo, religione proselitista
In breve, in sessanta anni, la storia nazionale è maturata pochissimo, e l’evoluzione improbabile nel prossimo futuro. Eppure, i fatti messi a giorno dalle ricerche pongono ad ogni storico onesto domande sorprendenti a primo acchito, ma tuttavia fondamentali.
La bibbia può essere considerata come un libro di storia?
I primi storici ebrei moderni, come Isaak Markus Jost o Léopold Zunz, nella prima metà del XIX °secolo, non la pensavano così: ai loro occhi, l’Antico Testamento è un libro di teologia che ha costituito le comunità religiose ebree dopo la distruzione del primo tempio. È stato necessario attendere la seconda metà dello stesso secolo per trovare storici, in primo luogo Heinrich Graetz, titolare di una visione “nazionale” della bibbia: hanno trasformato la partenza di Abramo per Canaan, l’uscita dell’Egitto o anche il regno unificato di Davide e Salomone in resoconti di un passato nazionale autentico. Da allora gli storici sionisti non hanno cessato di ribadire queste “bibliche verità”, diventate prodotti di consumo quotidiani dell’istruzione nazionale.
Ma ecco che nel corso degli anni 1980 questi miti fondatori vacillano. Le scoperte “della nuova archeologia” contraddicono la possibilità di un grande esodo nel XIII° secolo prima della nostra era. Inoltre Mosè non ha potuto fare uscire gli ebrei dell’Egitto e condurli verso “la terra promessa” per la semplice ragione che all’epoca questa… era nelle mani degli Egiziani. Non si trova del resto alcuna traccia di una sommossa di schiavi nell’impero dei faraoni, né una conquista rapida del paese di Canaan perpetrata da elementi stranieri.
Non esiste neppure un segno dei sontuosi regni di Davide e di Salomone. Le scoperte del decennio passato mostrano l’esistenza, all’epoca, di due piccoli regni: Israele, più potente, e Juda, la futura Giudea. Gli abitanti di quest’ultimo regno non subirono nessun esilio nel VI° secolo prima della nostra era: solo l’élite politica ed intellettuale dovettero installarsi a Babilonia. Da questo decisivo incontro con i culti persiani sorgerà il monoteismo ebreo.
L’esilio dell’anno 70 della nostra era, ha effettivamente avuto luogo?
Paradossalmente, questo “evento fondatore” nella storia degli ebrei, da cui la diaspora trae la sua origine, non ha dato luogo al minima ricerca. Per una semplice ragione: i Romani non hanno mai esiliato nessun popolo su tutto il lato orientale del Mediterraneo. Ad eccezione dei prigionieri ridotti in schiavitù, gli abitanti della giudea continuarono a vivere sulle loro terre, anche dopo la distruzione del secondo tempio.
Una parte di loro si convertì al cristianesimo nel IV° secolo, mentre la grande maggioranza si congiunse all’Islam in occasione della conquista araba al VII° secolo. La maggior parte degli ideatori sionisti lo sapevano: come Yitzhak Ben Zvi e David Ben Gourion, rispettivamente il futuro presidente e il fondatore dello Stato di Israele; lo hanno scritto fin nel 1929, anno della grande sommossa palestinese. Tutti e due citano più volte il fatto che i contadini della Palestina sono i discendenti degli abitanti dell’antica Giudea(2).
Poiché non c’è mai stato un esilio dalla Palestina romanizzata, da dove vengono i numerosi ebrei che popolano il bacino del Mediterraneo fin dall’antichità?
Dietro la cortina della storiografia nazionale si nasconde una stupefacente realtà storica. Dalla sommossa dei Maccabei, nel II° secolo prima della nostra era, alla sommossa di Bar-Kokhba, al II° secolo dopo G.C., il giudaismo fu la prima religione proselitista. Gli Asmonei avevano già convertito di forza gli Idumenei del sud della Giudea ed gli Itureeni di Galilea,e annessi al “ popolo di Israele”. Sulla base di questo regno giudeo-ellenico, il giudaismo si espanse in tutto il Medio-Oriente e il Mediterraneo. Nel primo secolo della nostra era apparve, nell’attuale Kurdistan, il regno ebreo di Adiabène, e non sarà l’ultimo regno a “giudea-dizzarsi”: altri lo faranno successivamente.
Gli scritti di Flavio Giuseppe non costituiscono la sola testimonianza dell’ardore proselitista degli ebrei. Da Orazio a Seneca, da Giovenale a Tacito, molti autori latini ne esprimono il timore. Il Mishna e il Talmud(3) autorizzano questa pratica della conversione - anche se, di fronte alla pressione ascendente del cristianesimo, i saggi della tradizione talmudica esprimeranno riserve al suo riguardo.
La vittoria della religione di Gesù, all’inizio del IV° secolo, non mette fine all’espansione del giudaismo, ma rilega il proselitismo ebreo ai margini del mondo culturale cristiano. Nel V° secolo appare così, nei territori dell’attuale Yemen, un regno ebreo vigoroso dal nome di Himyar, i cui i discendenti conserveranno la loro fede dopo la vittoria dell’islam e fino ai tempi moderni. Inoltre i cronisti arabi ci danno la notizia dell’esistenza, nel VII° secolo, di tribù berbere giudaizzate: di fronte alla spinta araba, che raggiunse l’Africa del Nord alla fine di questo stesso secolo, appare la figura leggendaria della regina ebrea Dihya el-Kahina,che tentò di fermarla. Alcuni Berberi giudaizzati prenderanno parte alla conquista della penisola iberica, che pose le basi della particolare simbiosi tra ebrei e musulmani, caratteristica della cultura ispano-araba.
La conversione di massa più significativa si verifica tra il Mar Nero ed il Mar Caspio: riguarda l’immenso regno kazaro, nel VIII° secolo. L’espansione del giudaismo, dal Caucaso all’Ucraina attuale, genera comunità multiple, che le invasioni mongole del XIII°secolo respingono in gran numero verso l’est dell’Europa. Là, con gli ebrei venuti dalle regioni slave del Sud e degli attuali territori tedeschi, porranno le basi della grande cultura yiddish(4).
Questi resoconti delle origini plurali degli ebrei appaiono, in modo più o meno titubante, nella storiografia sionista verso gli anni 1960; sono in seguito gradualmente rese marginali prima di scomparire dalla memoria pubblica in Israele. I conquistatori della città di Davide, nel 1967, avrebbero dovuto essere i discendenti diretti del suo regno mitico e non gli eredi di guerrieri berberi o di cavalieri kazari. Gli ebrei fanno allora figura di “etnie” specifiche che, dopo due mila anni d’esilio e d’erranza, ha finito per ritornare a Gerusalemme, la sua capitale.
Ma i fautori del resoconto lineare ed indivisibile non mobilitano soltanto l’insegnamento della storia: fanno appello anche alla biologia. Dagli anni ‘70, in Israele, una successione di ricerche “scientifiche” cerca di dimostrare, con tutti i mezzi, la prossimità genetica degli ebrei del mondo intero. “La ricerca sulle origini delle popolazioni” rappresenta ormai un campo legittimato e popolare della biologia molecolare, mentre il cromosoma Y maschile ha conquistato un posto d’onore al fianco di una Clio ebrea(5) nella ricerca sfrenata dell’unicità dell’origine “del popolo eletto”.
Questa concezione storica costituisce la base della politica identitaria dello Stato di Israele, ma è là che il dente duole! Essa dà infatti luogo ad una definizione esistenzialista ed etnocentrica del giudaismo, che alimenta una segregazione che mantiene divisi gli ebrei dai non ebrei -sia gli Arabi, che gli immigranti russi o i lavoratori immigrati-.
Israele, sessanta anni dopo la sua fondazione, rifiuta di concepirsi come una repubblica che esiste per i suoi cittadini. Circa un quarto di loro non sono considerati come ebrei e, secondo lo spirito delle sue leggi, questo Stato non è loro. In compenso, Israele si presenta sempre come lo Stato degli ebrei del mondo intero, anche se non si tratta più di profughi perseguitati, ma di cittadini che di diritto vivono in piena uguaglianza nei paesi in cui risiedono. In altre parole, una etnocrazia senza frontiere giustifica la discriminazione rigorosa che pratica nei confronti di una parte dei suoi cittadini invocando il mito della nazione eterna, ricostituita per raccogliersi “sulla terra dei suoi antenati”.
Scrivere una storia ebrea nuova, oltre il prisma sioniste, non è dunque cosa facile.la luce che vi viene divisa si trasforma in forti colori etnocentrici. Ora,gli ebrei hanno sempre formato comunità religiose costituite, generalmente da conversioni, in diverse regioni del mondo: non rappresentano dunque “un etnos” fautore di una stessa origine unica e che si sarebbe spostato al seguito di un’erranza di venti secoli.
Lo sviluppo di qualsiasi storiografia come, più generalmente, il processo della modernità passa in un dato momento, si sa, per l”invenzione della nazione. Questa fu il sogno di milioni di esseri umani nel XIX° secolo e durante una parte del XX°. La fine di quest’ultimo secolo ha visto questi sogni iniziare a rompersi. I ricercatori, in numero sempre crescente, analizzano, dissecano e smantellano i grandi resoconti nazionali, ed in particolare i miti dell’origine comune care alle cronache del passato. Gli incubi d’identità di ieri faranno posto, domani, ad altri sogni d’identità. Sul modello di ogni personalità fatta di identità fluide e variate, la storia è anch’essa un’identità in movimento.
(1)Testo fondatore del giudaismo, la Torah — la radice ebraica yara significa insegnare — è composta dai primi cinque libri della Bibbia, o Pentateuco : Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. (2) Cf. David Ben Gourion e Yitzhak Ben Zvi, « Eretz Israël » nel passato e nel presente (1918, in yiddish), Gerusalemme, 1980 (in ebraico) e Ben Zvi, La Nostra popolazione nel paese (in ebraico), Varsavia, Comitato esecutivo dell’Unione della giovinezza e Fondo Nazionale ebreo, 1929. (3) La Mishna, considerata come la prima opera della letteratura rabbinica, è stata completata nel secondo secolo DC. Il Talmud riassume tutte le diserzioni rabbiniche sulla legge, i costumi e la storia degli ebrei. Esistono due Talmud: quello della Palestina scritto tra il terzo e il quinto secolo, e quello babilonese, terminato alla fine del quinto secolo AC. (4) Parlato dagli ebreo dell’Europa Orientale, lo yiddish è una lingua slavo-tedesca che comprende alcune parole derivanti dall’ebreo. (5)Nella mitologia greca, Clio era la musa della storia.
Titolo originale:Comment fut inventé le peuple juif di Shlomo Sand.
Lunedì [26 gennaio 2009] il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Manfred Nowak, ha riferito a Rick Sanchez della CNN che gli Stati Uniti hanno "l’obbligo" di indagare sul fatto che gli esponenti dell’amministrazione Bush hanno ordinato la tortura, aggiungendo che ritiene che vi siano già abbastanza elementi di prova per incriminare l’ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld.
«Abbiamo prove evidenti», ha detto Nowak. «Nella nostra relazione, che abbiamo inviato alle Nazioni Unite, abbiamo precisato che l’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha senza dubbio autorizzato metodi di tortura e che gli fu detto a quel tempo da Alberto Mora, il consigliere giuridico della Marina, “Signor Segretario, quel che effettivamente sta ordinando qui corrisponde a tortura.” pertanto, qui abbiamo la prova evidente che Rumsfeld sapeva ciò che stava facendo, ma, tuttavia, ha ordinato lo stesso la tortura». Intervistato dalla televisione tedesca ZDF il 20 gennaio, Nowak ha detto: «Ritengo che la prova sia sul tavolo.» In questione, tuttavia, è se «la legge americana riconosca o meno queste forme di tortura.» Un rapporto bipartisan del Senato rilasciato il mese scorso ha ritenuto Rumsfeld e altri esponenti di vertice dell’amministrazione responsabili per gli abusi sui detenuti di Guantanamo sotto la custodia degli Stati Uniti. Vi è detto che il 2 dicembre 2002 presso il carcere di Guantanamo Rumsfeld ha autorizzato dure tecniche di interrogatorio, anche se le ha lasciate da parte un mese più tardi. Le misure coercitive si fondavano su un documento firmato da Bush nel febbraio 2002. Il video che segue proviene dal programma Newsroom della CNN trasmesso il 26 gennaio 2009
Molti sanno che sarebbe assai difficile l’esistenza della mafia, delle dittature e delle frodi societarie se non vi fossero i cosiddetti “Paradisi fiscali”. Si tratta di luoghi in cui dittatori, mafiosi, imbroglioni, evasori fiscali, corruttori e altri criminali, possono impunemente e tranquillamente praticare i loro crimini. I mass media parlano di mafia e crimini vari, ma difficilmente spiegano cosa sono i Paradisi fiscali e chi consente e protegge la loro esistenza. Si tratta di paesi controllati dal gruppo stegocratico (1), che impone una realtà di crimini e dittature, e dunque ha l'esigenza di creare luoghi in cui si possa avere una forte protezione finanziaria. Nel mondo ci sarebbero circa cinquanta Paradisi fiscali. Le loro banche gestirebbero, secondo stime dell'Fmi, almeno il 25% del Pil mondiale. Grazie al segreto bancario, queste banche rendono possibile l'evasione fiscale, l’organizzare truffe societarie e reti per corrompere politici e amministratori di ogni paese del mondo. Grazie ai Paradisi fiscali è anche possibile attuare truffe attraverso la creazione di obbligazioni-spazzatura.
I Paradisi fiscali stanno alla base della capacità delle corporation transnazionali di produrre povertà e ingiustizie economiche. Infatti, la loro esistenza rende impossibile ai governanti che lo volessero, tassare in modo equo gli introiti della grandi corporation che hanno sedi sul loro territorio. James Tobin, premio Nobel per l’economia, aveva proposto una "Tobin tax", ovvero una tassa imposta a tutte le transazioni valutarie che non riguardassero la compravendita di beni reali. Questa tassa avrebbe dovuto limitare le speculazioni finanziarie e permettere ai paesi più poveri di ottenere fondi per un reale sviluppo. La Tobin tax si sarebbe dovuta imporre in tutto il mondo, col risultato che le grandi corporation sarebbero state costrette a pagare cifre considerevoli. Ovviamente, queste ultime, avendo il controllo politico dei paesi in cui operano, non permettono che ciò possa diventare realtà, minacciando di trasferire tutti i loro introiti nei Paradisi fiscali, per poter continuare a produrre senza pagare alcuna tassa.
In assenza di un potere internazionale che sia in grado di prendere le redini della situazione economico-finanziaria del pianeta, le corporation continuano ad esercitare un potere enorme, esportando capitali nei Paradisi fiscali, e impoverendo impunemente le economie di moltissimi paesi. I luoghi di gestione del potere, come l'Unione Europea, proteggono tale sistema. Ad esempio, dopo il crollo della Parmalat, come spiegò Ivo Caizzi nel “Corriere Economia” del 18 luglio del 2005:
“A Bruxelles ammisero che una stangata ai risparmiatori di quelle dimensioni era stata possibile grazie al ricorso ai Paradisi fiscali. Nell’Europarlamento esplosero dure contestazioni contro le piazze off-shore. Ma quando l’effetto dello scandalo si è attenuato, tutto è rimasto come prima, compresa la possibilità di nascondere nei Paradisi fiscali perfino i capitali destinati a finanziare il terrorismo”.
Sia la mafia che le grandi società, quando le cifre da riciclare sono molto alte, utilizzano società complici che hanno sede in un Paradiso fiscale, come le Isole Cayman. Esistono anche paesi off-shore, in cui i controlli sul trasferimento di valuta sono molto scarsi ed è facile riciclare denaro sporco, come la Thailandia, la Colombia, la Nigeria o il Messico. Nelle Isole Vergini britanniche, con soli 1500 euro si può registrare una società, mantenendo un segreto totale sui bilanci, sulle attività e sui titolari. Per sgominare la mafia internazionale basterebbe eliminare tale segreto, e spezzare ogni possibilità di riciclaggio del denaro proveniente da attività illecite. Ma ciò non sarà fatto finché vige l'attuale sistema di potere, che si basa proprio sull'esistenza di Paradisi fiscali e sulla segretezza bancaria. Per contrastare il riciclaggio del denaro sporco è stato creato, nel 1990, il gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio dei capitali (Gafi), un organismo intergovernativo presente in tutti i maggiori centri finanziari del mondo. L'organizzazione dovrebbe tenere sotto osservazione i paesi in cui è reso facile il riciclaggio del denaro sporco, come l'Egitto, l'Indonesia e alcuni paesi del Sudamerica. Nel 2003, anche l'Europol e la Commissione Europea hanno stabilito norme per la lotta contro il riciclaggio di denaro. Tuttavia, occorre osservare che, finché esisteranno governi sottomessi all'élite di potere occidentale (spesso dittature sanguinarie che commettono ogni sorta di crimine) e i Paradisi fiscali, non sarà possibile contrastare efficacemente il riciclaggio del denaro sporco. Oggi le cosche mafiose posseggono vere e proprie holding internazionali, e traggono un'immensa ricchezza sia dalle attività illecite che da quelle lecite. Addirittura, come spiega un comunicato del 1994 del Dipartimento di Stato americano, i più grandi gruppi mafiosi (Triadi cinesi, Cosa Nostra, Narcos sudamericani, ecc.) si riuniscono di tanto in tanto per "l'applicazione di una pianificazione strategica e di politiche di sviluppo per i nuovi mercati liberi emergenti, allo scopo di programmare investimenti legali alla stregua di legittime società, nonché di sviluppare ed espandere attività collaterali assolutamente illegali".(2) Secondo il criminologo Vincenzo Ruggiero, la distinzione fra criminalità economica e crimine organizzato è oggi "un'anomalia analitica, frutto prevalente delle suddivisioni in specialismi che esistono all'interno della disciplina criminologica".(3) L'economista Bruno Amoroso ritiene che la stessa globalizzazione sia stata prodotta da strategie criminali:
"L'economia della globalizzazione sarebbe di per sé criminale, poiché si regge sui cinque crimini maggiori contro tutta l'umanità: 1) le transazioni finanziarie, alla cui base c'è il riciclo di tutte le altre forme di criminalità; 2) il commercio di armi e di materiali nocivi; 3) il commercio di organi umani, viventi e sezionati; 4) il commercio della droga; 5) il saccheggio della natura".(4)
Tuttavia, occorre precisare che non tutti i grandi imprenditori che devastano l'ambiente, commettono frodi di vario genere, o calpestano i diritti umani, sono affiliati ad un'organizzazione criminale mafiosa, anche se il potere mafioso si può trovare in luoghi insospettabili. L'esempio che si può fare è quello della Holzmann di Francoforte, che nel 1988 ottenne un appalto di circa 10 miliardi per la costruzione di una diga in Sicilia, a Corleone. Dopo anni si capì che era stata la mafia a permettere alla società tedesca di vincere l'appalto, in cambio dei subappalti. Spiega il Procuratore distrettuale antimafia di Palermo Pietro Grasso:
“Nell'estate del 1990 la Guardia di finanza italiana aveva scoperto un preoccupante accordo mafioso con Philip Holzmann, di Francoforte (che recentemente è salito agli onori della cronaca), un colosso dell'industria edile tedesca che, superando la concorrenza di una consociata Fiat, si era aggiudicato nel 1988 un contratto di appalto di circa 10 miliardi per la costruzione di una diga a Corleone, in Sicilia. Tale evento era stato celebrato come il segnale dell'effettivo ingresso della Sicilia nel mercato comune europeo: di fatto la mafia aveva procurato l'appalto ad Holzmann in cambio di tutti i subappalti. A dispetto della ben nota efficienza tedesca, a distanza di due anni i costi continuavano a salire e i lavori erano ben lontani dall'essere ultimati. Si può quindi ipotizzare che mafiosi che riciclano e rinvestono miliardi di dollari non possano farlo senza acquisire la benevolenza di imprenditori, uomini d'affari, funzionari pubblici, talvolta anche delle forze dell'ordine, e di politici, anche se non vi è, allo stato, nessuna prova sulla compromissione a livello di un vero e proprio sistema di potere infiltrato negli ambienti economico-finanziari ed istituzionali dei paesi dell'Europa unita”.(5)
I servizi segreti potrebbero distruggere le reti mafiose, disponendo di mezzi elettronici e investigativi più efficaci rispetto alla polizia, essi però hanno poteri limitati: non possono arrestare, ma possono dare le loro informazioni alla polizia giudiziaria, che arresta e mette i mafiosi nelle mani dei giudici. Questi ultimi possono essere efficaci se riescono ad accedere a dati bancari o assicurativi, ricevendo aiuto da finanziarie e banche. Ovviamente, i magistrati troveranno gli ostacoli del segreto bancario e dell'occultamento di capitali nei Paradisi fiscali.
Tutte le grandi truffe finanziarie usufruiscono dei Paradisi fiscali per poter consentire ad alcuni di nascondere il denaro estorto. Ad esempio, la Enron, che, com'è risaputo, consumò una truffa finanziaria colossale, aveva creato nei Paradisi fiscali ben 860 società fra loro collegate, per non pagare tasse al governo degli Stati Uniti. I capitali nascosti nei Paradisi fiscali tendono ad essere reinvestiti in altri paesi o nel paese d'origine, senza che i governi possano pretendere le tasse non pagate. Intanto gli Stati si indebitano e per poter continuare a ottenere prestiti offriranno tassi di interesse sempre più elevati. Inevitabilmente cresceranno tutti i tassi di interesse, anche quelli pagate dalle imprese alle banche. Dunque aumenteranno i costi di produzione e di conseguenza anche i prodotti. Per pagare il debito pubblico, sarà diminuita la spesa sociale (soprattutto pensioni, sanità, sussidi alle famiglie, sussidi di disoccupazione) danneggiando non poco i cittadini, che saranno dunque non soltanto costretti a ridurre le loro spese, ma anche a pagare i servizi che lo Stato non fornisce più gratuitamente. Per pagare i banchieri e sostenere il loro sistema truffaldino vengono spinti verso il degrado le scuole, gli ospedali e l’amministrazione pubblica. Tutto questo accade perché se i governi dovessero pretendere il pagamento di giuste tasse da parte delle grandi imprese, esse immediatamente attuerebbero una fuga verso paesi poveri costretti a far pagare poche tasse. Dunque, i Paradisi fiscali rendono impossibile una più equa distribuzione della ricchezza e rendono sempre più ricchi i già ricchi e più poveri tutti gli altri. Finché esisteranno, sarà impossibile avere vere democrazie, che esigono trasparenza e un corretto sistema fiscale. E’ ovvio che nessuna democrazia può basarsi sulla truffa, sull’iniquità fiscale e sulla diseguaglianza, per questo motivo è innegabile che il sistema in cui ci troviamo attualmente è una dittatura mascherata, possibile soltanto perché molti non la credono tale.
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