giovedì 24 febbraio 2011

LIBIA: UNA GUERRA DEL PETROLIO TRA ENI E BP ?

FONTE: COMIDAD

Ci sono vari elementi che consiglierebbero di valutare con molta cautela le attuali "notizie" riguardanti la Libia. A differenza dell'Egitto, la Libia non ha masse di disperati urbani, in parte perché il regime ha adottato un sistema paternalistico/assistenziale che evita gravi forme di miseria, ed in parte perché mancano proprio le masse, dato che si sta parlando di un Paese spopolato, in cui anche la cifra ufficiale di quattro milioni di abitanti risulta da stime demografiche piuttosto gonfiate per ciò che concerne le zone desertiche. C'è anche da considerare che i milioni di manifestanti visti al Cairo si avvalevano della benevola neutralità dell'esercito, mentre le poche migliaia (?) di pacifici manifestanti libici, secondo i media si sarebbero trovati addirittura sotto bombardamenti aerei e di razzi: un particolare che risulta alquanto irrealistico, e non perché il regime non sarebbe capace di tanto, ma perché solo una rivolta armata - molto bene armata - potrebbe reggere a lungo ad un tale tipo di trattamento.

Quindi, più che di una rivolta si tratterebbe di un golpe, e con tanto di agganci in settori del regime libico. "Dittatore" è una di quelle parole in grado di mandare completamente in vacanza il senso critico dell'opinione pubblica "occidentale", ed ecco perché la narrazione mediatica di una rivolta popolare spontanea, che però si dimostra capace di occupare un'intera città come Bengasi, non ha suscitato sinora dubbi e perplessità.

Durante il natale del 1989 i media ci narrarono una "rivolta" rumena contro il dittatore Ceausescu con ventimila morti, ma poi si rivelò tutto falso, ovviamente a distanza di mesi, quando la notizia aveva perso centralità.

Un altro "dettaglio" di cui tenere conto riguarda il business del petrolio libico, un business di tale entità da aver comportato mezzo secolo di guerra senza esclusione di colpi tra l'ENI da un parte e le multinazionali anglo-americane dall'altra, in particolare la BP. Persino il colpo di Stato di Gheddafi contro il re Idris, considerato un fantoccio dell'Italia, fu sicuramente favorito dalle multinazionali anglo-americane, anche se in pochi anni l'ENI recuperò in Libia il terreno perduto. Che l'attuale "rivolta" libica possa costituire un ennesimo capitolo di questa guerra del petrolio non è un'ipotesi da scartare, poiché la notizia concreta di queste ore è proprio che l'ENI sta rischiando di perdere la sua principale fonte di petrolio: la Libia, appunto.

Come è stato già ricordato da alcuni in questi giorni, la Libia stessa è un'invenzione del colonialismo italiano. Nel 1911 l'allora Presidente del Consiglio, il liberale Giolitti, dichiarò guerra all'Impero Ottomano per strappargli due province nordafricane, la Tripolitania e la Cirenaica, che furono riunite a forza sotto il nome di "Libia", un termine dalle suggestive reminiscenze imperiali romane. Il fomentare la tensione etnico-tribale tra le diverse popolazioni costituì anche uno degli strumenti di dominio del colonialismo italiano, la cui spietata brutalità è stata ampiamente documentata.

Non si può quindi escludere che la rivalità etnica sia ancora la leva con cui altre potenze coloniali oggi stiano cercando di destabilizzare il regime di Gheddafi, magari prospettando ai vari capi tribali la possibilità di cogestire il business del petrolio con le multinazionali anglo-americane. In tal caso l'afganizzazione della Libia costituirebbe un esito molto probabile, e del resto ogni aggressione coloniale, ed ogni resistenza ad essa, implicano inevitabilmente anche fenomeni di guerra civile. La cosiddetta "superpotenza" statunitense ha sempre mostrato limiti molto evidenti, ma il suo vero e duraturo punto di forza è dato dal costituire un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il mondo. In questo periodo i media tendono anche a sopravvalutare l'effetto della destabilizzazione libica sui flussi migratori verso l'Italia.

Le barche cariche di immigrati non costituiscono però il canale principale del traffico della migrazione clandestina, in quanto rappresentano soltanto un atroce diversivo per distogliere l'attenzione dalle vere porte d'ingresso di questo traffico, che sono le banchine dei porti sotto il controllo militare statunitense. Nel porto di Napoli, ad esempio, la U.S. Navy controlla ormai più della metà delle banchine, gestite nel più assoluto segreto militare; tutto ciò per gentile concessione del governo D'Alema nel 1999. Gheddafi ha accettato di enfatizzare il suo ruolo di poliziotto anti-immigrazione perché costituiva un modo per vantare pubblicamente benemerenze nei confronti dell'Italia e della Unione Europea, ma bisogna separare le esagerazioni della propaganda dalle effettive dimensioni di quel ruolo. Le basi militari americane, da sempre, non svolgono soltanto una funzione militare, ma soprattutto di controllo dei traffici illegali, a cominciare dal traffico di eroina dall'Afghanistan.

Un elemento fisso di disturbo della comunicazione di questi giorni è costituito dal luogo comune della "amicizia", del rapporto personale condito di baciamano, fra Berlusconi e Gheddafi; perciò è divenuto uno scontato oggetto di polemica il lungo silenzio tenuto dal governo italiano circa la repressione che starebbe avvenendo in Libia. In realtà, per tutto ciò che riguarda l'energia, è l'ENI, e soltanto l'ENI, il detentore esclusivo e storico di ogni iniziativa della politica estera italiana. Anche i colossi UniCredit, Impregilo e Finmeccanica, per i loro affari in Libia, si sono agganciati alla cordata dell'ENI.

L'effettiva capacità di Berlusconi di sostenere il suo presunto asse preferenziale con Gheddafi si è potuta verificare a Bruxelles, quando il non-ministro degli Esteri Frattini si è accodato supinamente ad una posizione di condanna verso il regime libico, ispirata per di più da un Paese in palese situazione di conflitto di interessi come la Gran Bretagna, che nella vicenda ha sposato ovviamente le tesi della sua multinazionale del petrolio, cioè la ex British Petroleum, oggi Beyond Petroleum. Frattini e lo stesso Berlusconi si sono poi fatti ripetitori delle notizie di agenzia circa le repressioni che avverrebbero in Libia, nonostante che le testimonianze degli Italiani sfollati non le confermino affatto.

Dalle "rivelazioni" di Wikileaks è uscita l'immagine di un Berlusconi debole, nel ruolo passivo di yesman nei confronti degli Stati Uniti, pur di meritarsi pacche sulle spalle nei summit internazionali. Le mezze verità rischiano però di veicolare menzogne intere, e cioè l'idea che gli Stati Uniti si limitino ad approfittare della inconsistenza umana e politica di Berlusconi, mentre invece la chiave del colonialismo è proprio quella di creare nei Paesi colonizzati delle leadership deboli ed iper-corrotte.

Il problema non riguarda solo la ricattabilità di Berlusconi, ma i ricatti paralizzanti a cui vengono sottoposti i suoi avversari, sempre timidi ed esitanti nei momenti decisivi. Persino "Il Fatto Quotidiano" oggi fa finta di dimenticarsi di aver denunciato per tre anni che la vera stampella del governo Berlusconi è stato in effetti il Presidente della Repubblica, e lo stesso quotidiano risulta ora allineato all'opera di santificazione mediatica di Napolitano, omettendo la storia dei suoi ambigui rapporti con gli USA già dall'epoca in cui militava nel Partito Comunista Italiano.

In questi decenni l'ENI ha usato la sua potenza finanziaria per imporre i propri affari ai governi di turno lasciando loro la vetrina mediatica, una vetrina di cui Berlusconi ha abusato più di tutti perché costituiva l'unico modo per mascherare la sua pochezza. Ma la politica dell'ENI da tempo sta mostrando la corda, poiché risulta evidente che un governo fantoccio di servitù coloniale agli USA non soltanto non può difendere gli affari dell'ente in questi momenti di crisi acuta, ma addirittura costituisce un nemico in più.

Fonte: www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=402

giovedì 17 febbraio 2011

IRAN. LA MISTIFICAZIONE CONTINUA

di Alessia Lai

da Rinascita


Secondo la stampa internazionale il “contagio” delle rivolte arabe sarebbe arrivato fino all’Iran. Lanciandosi in paralleli quanto mai azzardati i media a grande diffusione hanno trovato assonanze tra la condizione egiziana e quella iraniana e parlato di un’onda lunga che avrebbe ridato vita al movimento dell’Onda Verde, sceso in piazza lunedì ufficialmente a sostegno delle proteste egiziane, tunisine e di tutto il Vicino Oriente. Grande rilievo è stato dato agli scontri tra manifestanti e polizia e ai morti, due, che secondo le notizie diffuse da agenzie stampa e giornali sarebbero stati attivisti antigovernativi uccisi dalla “repressione”. Derubricate a “voci vicine al governo” le affermazioni che parlavano di persone ferite e uccise dai manifestanti antigovernativi, la stampa ha preferito puntare sui titoli ad effetto come “In Iran è caos totale” o “Migliaia in marcia a Teheran”. Questo è il quadro della situazione iraniana che in Occidente viene fornito al consumatore medio di notizie. La realtà, ignorata dai “distributori di notizie” occidentali, è che le manifestazioni indette dall’opposizione iraniana per il 14 febbraio sono state all’insegna di slogan antigovernativi e non di appoggio alle rivolte vicinorientali. E, soprattutto, che le vittime sono state registrate non fra i manifestanti ma tra innocenti passanti: uno di questi si chiamava Sanè Jalè, aveva 24 anni, studiava Arti Rappresentative all’Accademia delle Belle Arti dell’università di Teheran. Non un coraggioso militante “verde”, ma un ragazzo impegnato nelle milizie Basiji, ucciso da persone armate scese in strada con l’intenzione di provocare il caos per poi addossarne la colpa al governo. Ce lo ha confermato ieri, da Teheran, Davood Abbasi, giornalista della sezione italiana della radio Irib. “Molte persone si sono riunite nel centro di Teheran e sono iniziati disordini mentre la folla usava slogan che non c’entravano nulla con l’Egitto ma che erano contro la Repubblica islamica. Hanno dato fuoco ai cassonetti e la polizia è intervenuta”, racconta Abbasi. Quando “hanno iniziato a ritirasi sono spuntate delle persone armate, con le pistole, e hanno iniziato a sparare uccidendo una persona e ferendone gravemente altre (i morti poi saranno due, ndr)”. Non era gente “semplice”, intenzionata a manifestare pacificamente, se così fosse stato non sarebbero spuntate le armi, certo non alla portata di un semplice cittadino iraniano; una riprova, per Abbasi, del fatto che si è trattato di una cosa orchestrata, con persone venute da fuori, come nel caso dell’uccisione degli scienziati nucleari avvenute di recente. Lo ha confermato, sempre ieri, il portavoce del Parlamento iraniano, il Majlis, Ali Larijani, che ha puntato il dito contro gli Stati Uniti: “L’obiettivo era quello di clonare (le proteste in Egitto e Tunisia, ndr), in modo da poter dire che la crisi delle dittature legate agli Usa si è allargata e anche l’Iran, che invece è il precursore della democrazia nella regione, ha problemi interni”, ha detto Larijani citato dall’agenzia Fars. La dimostrazione che la manifestazione del 14 è stata manipolata, ci ha detto ancora Davood Abbasi, è che solo 3 giorni prima era stato lo stesso governo, in occasione delle celebrazioni della Rivoluzione del 1979, a invitare al popolazione a esprimere in quello stesso giorno il proprio sostegno per l’Egitto. Invece Musavì e Karrubì hanno convocato ugualmente la mobilitazione del 14 adducendo le stesse ragioni ma con intenzioni ben diverse. Ipotesi confermata da un particolare rivelatoci dal collega dell’Irib, che ci ha riferito di una intercettazione fatta il 13 febbraio dall’intelligence iraniana nella quale Musavì parla delle manifestazioni antigovernative con un funzionario della Cia. Il suo invito a partecipare rivolto alla gente aveva quindi il secondo fine di scatenare scontri e vittime per poterne accusare la dirigenza iraniana. Per questa ragione il Parlamento di Teheran starebbe pensando a una incriminazione di Musavì e Karrubì per istigazione alla violenza. Un’altra prova che dietro a queste nuove proteste ci sarebbero gli Usa, ci ha detto Abbasi, è il grande lavoro mediatico messo in campo da anni da Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno finanziato una galassia di radio e tv in farsi. BBc in farsi, Voice of America in farsi, Radio Farda, solo per citarne alcuni, sono media che vanno su satellite e sulle onde corte. Il 13 sera sulla BBC in farsi, sono stati intervistati alcuni organizzatori della protesta anti-governativa che invitavano la gente a scendere in piazza il giorno successivo. Se avessero realmente voluto sostenere l’Egitto, ha commentato Abbasi, avrebbero potuto partecipare alle celebrazioni dell’11 indette dal governo. Sulla rinascita dell’Onda Verde, Davood ci ha detto che quello visto il 14 febbraio è stato il “fantasma” delle mobilitazioni risalenti al 2009. Allora i manifestanti, ha ricordato, “non erano certo armati, ora sì, quindi non è stata una cosa spontanea, è stata organizzata a tavolino e hanno sparato alla gente per poi addossare le colpe al governo per cercare di dare inizio a una nuova crisi, tra l’altro paragonando l’Iran all’Egitto di Mubarak”. Quello che si sta avverando ora in Egitto “è una grande sconfitta ideologica per gli Usa. Che hanno voluto creare una crisi in Iran dopo che i tumulti del 2009 si erano esauriti dopo appena 8 mesi e dopo che le opposizioni avevano affermato di essere ora concentrate sulle prossime elezioni presidenziali”. La rivoluzione a Il Cairo è stata da più parti “paragonata a quella islamica del ’79 che ha segnato la fine del potere Usa. L’Iran – ci ha detto il giornalista dell’Irib - sta vincendo la scommessa a lungo termine fatta nel 1979, cioè che i popoli islamici si libereranno del giogo statunitense in tutta la regione”. La realtà, ha voluto sottolineare Davood, è che l’Egitto di Mubarak non aveva nulla a che vedere con l’Iran, un Paese in cui in 32 anni ci sono state 32 tornate elettorali, praticamente una all’anno. La scommessa vinta dall’Iran, ci ha detto ancora Davood, ha sconfitto il tentativo statunitense di imporre governi filo-occidentali nell’area vicinorientale. Se gli Usa sono così preoccupati e cercano di destabilizzare Teheran, ha concluso, è perché se venisse distrutta l’idea, attraverso le mobilitazioni popolari, che in quell’area i governi sono amici degli Stati Uniti, per loro sarebbe la fine e non ci sarebbe soluzione politica né militare a una rivoluzione del genere.

mercoledì 16 febbraio 2011

POSSIAMO CAMBIARE OBAMA CON CHAVEZ ?

DI MIKE WHITNEY
informationclearinghouse.info

Lunedì, mentre Barack Obama si stava divertendo con i suoi amici della Camera di Commercio statunitense, Hugo Chavez era occupato a distribuire computer portatili ai bambini delle medie in una scuola di Caracas. Dopo di che, il presidente venezuelano si è precipitato in un impianto di distribuzione alimentare che mette a disposizione 110 milioni di dollari in cibi pre-confezionati per i poveri del Venezuela. Infine, ha concluso il pomeriggio facendo un'apparizione in uno dei molti cantieri dove sono in costruzione nuove case per le vittime delle massicce inondazioni di gennaio. E' tutto per quanto riguarda la giornata lavorativa di Hugo Chavez.

Mentre Obama si è rivelato essere il presidente più deludente dell'ultimo secolo, Chavez continua a stupire con la sua volontà di migliorare le vite dei comuni lavoratori. Per esempio, in soli dodici anni, Chavez ha creato un fiorente servizio sanitario nazionale pubblico con 553 centri diagnostici e strutture sanitarie diffuse in tutta la capitale.

L'assistenza sanitaria è gratuita e da quando Chavez ha inauguratp il programma Mision Barrio Adentro sono state effettuate 55 milioni di visite mediche. In confronto al “misero” omaggio in denaro di Obama al gigante americano HMO, che ha cercato di promuovere l'assistenza sanitaria universale. Che bello scherzo.

Chavez ha anche aperto la strada ad un maggiore impegno e attivismo politico mediante l'istituzione di oltre 30.000 consigli comunali e 236 comuni, tutti incentrati nel far entrare il maggior numero di persone nel processo politico e permettendo loro di portare avanti il cambiamento. Negli Stati Uniti, le organizzazioni di base sono state emarginate da leader di partito che prendono ordini da élite ben celate che controllano entrambi i partiti. Da parte sua, Obama è perfino meno interessato del suo predecessore George W.Bush a ciò che i suoi sostenitori vogliono.

E cosa ha fatto Chavez per allentare la morsa delle imprese sui media? Ecco cosa dice Gregory Wilpert nel suo articolo intitolato “Una valutazione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nei suoi dodici anni”:

“Per quanto riguarda i media, i comuni venezuelani ora partecipano alla creazione di centinaia di nuove radio comunitarie indipendenti e di emittenti televisive in tutto il paese. I precedenti governi perseguitavano i media comunitari, me adesso le istituzioni statali li supportano attivamente – non con finanziamenti, ma attraverso la formazione e l'avviamento degli impianti.

Secondo l'annuale i sondaggio di opinione Latinobarometro, che consente un confronto con le altre democrazie in America Latina, la combinazione tra una maggiore coesione e una maggiore partecipazione ha portato ad una maggiore accettazione del sistema politico democratico del Venezuela. Cioè, più venezuelani credono nella democrazia rispetto ai cittadini di qualsiasi altro paese dell'America Latina. L' 84% dei Venezuelani dicono che “la democrazia è preferibile a qualsiasi altro sistema di governo”. (“Una valutazione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nei suoi dodici anni”, Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)

La settimana scorsa Chavez si è unito alla lotta contro la Coca-Cola partecipando ad una manifestazione di operai in sciopero nella città di Valencia, che ospita il principale impianto di imbottigliamento della Coca-Cola in Venezuela. Chavez ha deluso la Coca-Cola affermando che se non vuole seguirne “la Costituzione e le leggi” il Venezuela potrebbe “vivere senza di essa”.

Continua così Hugo, dì alla Coca-Cola di impacchettare la sabbia!

I 1.300 lavoratori in sciopero stanno solo chiedendo un misero aumento per far fronte alle loro maggiori spese, ma ovviamente ciò diminuirebbe i profitti dell'azienda, dunque la Coca-Cola sta combattendo le loro richieste da strozzini.

Riuscite ad immaginare uno scenario nel quale l' “amico degli affari” Obama combatte una grande azienda?

La settimana scorsa Chavez ha annunciato che il suo governo avrebbe speso altri 700 milioni di dollari per combattere il problema dei senza-tetto e costruire altre 40.000 abitazioni. Il presidente ha intensificato i suoi sforzi da quando le inondazioni che hanno devastato il paese all'inizio dell'anno hanno lasciato decine di migliaia di persone senza riparo. Chavez è determinato a non commettere gli stessi errori di Bush dopo l'uragano Katrina, quando le vittime del disastro furono abbandonate a loro stesse costringendo un terzo della popolazione di New Orleans a fuggire in altre zone del paese per trovare rifugio.

E quale effetto ha avuto Chavez sull'economia venezuelana? Ecco ancora Wilpert:

“Così come il governo di Chavez ha democratizzato il sistema politico del Venezuela nel corso degli ultimi dodici anni, lo stesso ha fatto con il suo sistema economico, sia a livello macro che micro-economico.

A livello macro-economico ciò è stato ottenuto aumentando il controlla statale sull'economia e smantellando il neo-liberismo in Venezuela. Il governo di Chavez ha ripristinato il controllo statale sul prima quasi autonomo settore del petrolio nazionale. Il governo ha nazionalizzato i subappalti privati dell'industria petrolifera e li ha integrati nella società petrolifera di Stato, garantendo così ai lavoratori maggiori vantaggi e una retribuzione migliore. Ha anche nazionalizzato le operazioni delle compagnie petrolifere transazionali in modo che non potessero detenere più del 40% del controllo di un determinato sito di produzione del petrolio. Inoltre, il governo ha eliminato la pratica degli “accordi di servizio”, in base ai quali le compagnie petrolifere transazionali godevano di concessioni lucrative per la produzione di greggio. E, cosa più importante, il governo ha aumentato le royalties provenienti dalla produzione di petrolio dall'1% ad un minimo del 33%.

Nel settore non petrolifero il governo ha nazionalizzato industrie-chiave (precedentemente privatizzate) in settori quali la produzione di acciaio (Sidor), le telecomunicazioni (Cantv), la distribuzione di energia elettrica (la produzione era già nelle mani dello Stato), la produzione di cemento (Cemex), e ancora nel settore bancario (Banco de Venezuela) e nella distribuzione degli alimenti (Éxito).” (“Una valutazione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nei suoi dodici anni”, Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)

Le persone sono quindi in condizioni finanziarie migliori con le società di telecomunicazioni ed elettriche di proprietà privata come la Enron (e gli altri pirati di Wall Street) o queste dovrebbero essere trasformate in settori di pubblica utilità?

E riguardo al petrolio? La British Petroleum e la Exxon sono più adatte a svolgere il loro compito rispetto al settore pubblico?

Per non parlare di quello bancario: vi sentireste più al sicuro con lo zio Sam o Goldman Sachs?

Chavez ha ridotto drasticamente dimezzato il tasso di povertà, ha abbassato la disoccupazione dal 15% del 1999 al 7% di oggi, e ridotto le diseguaglianze al livello più basso di tutta l'America Latina. In Venezuela le persone sono sempre più sane e vivono più a lungo. Sono meglio retribuite e più impegnate politicamente. “L'84% dei venezuelani dice di essere soddisfatto della propria vita, che è la seconda percentuale più alta dell'America Latina.” E, indovinate un po', Chavez sta rafforzando la sicurezza sociale e i programmi di pensionamento, invece di cercare di distruggerli consegnandoli a Wall Street sotto forma di conti privati.

Inoltre la generosità di Chavez non si è limitata al solo Venezuela: è stato infatti il primo leader mondiale ad offrire aiuti sotto forma di medicinali e alimenti alle vittime dell'uragano Katrina. Provvede ancora a fornire carburante gratis per il riscaldamento ai poveri del nord-est degli Stati Uniti. L'azienda Citgo di proprietà venezuelana si è associata a Citizens Energy “ per fornire centinaia di migliaia di litri di gasolio per il riscaldamento gratis e a basso costo per le famiglie bisognose americane e rifugi per i senzatetto negli Stati Uniti.” Afferma il presidente di Citizens Energy Joseph P. Kennedy: “Ogni anno chiediamo alle maggiori compagnie petrolifere e alle nazioni produttrici di petrolio di aiutare i nostri cittadini più anziani e poveri a cavarsela durante l'inverno e solo una società, la Citgo, e un Paese, il Venezuela, hanno risposto ai nostri appelli”.

Proprio così. Nessun'altra compagnia petrolifera ha dato neanche un solo misero centesimo in beneficenza. Dal 2005 Chavez ha fornito oltre 170 milioni di galloni di petrolio per il riscaldamento.

Al contrario, Barack Obama non ha fatto nulla per i poveri, i senzatetto, i comuni lavoratori o la classe media. E' stato di un'incompetenza assoluta eccetto che per i più ricchi fra i ricchi. Forse dovremmo scambiarlo con Chavez?

Vale la pena di provare.

Mike Whitney
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article27431.htm
8.02.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PASCAL SOTGIU