giovedì 26 maggio 2011

The day after the euro

Sultan (maggio 2011)

L'euro fu un matrimonio di passione contro il pessimismo della ragione. I padri fondatori addussero la speranza (illusione?) che le ovvie incompatibilità sarebbero state superate in corso d'opera. A chi diceva che l'area dell'euro non era fatta per avere una sola valuta (spesso economisti americani) si ribattè che parlavano per invidia o, peggio, per paura che l'euro avrebbe un giorno soppiantato il dollaro.

Qualcuno ha pensato che avere una moneta unica a supporto di una grande economia ci avrebbe messo al riparo da attacchi speculativi. Lasciatemi dire che si sbagliava o non aveva colto le infinite connessioni della finanza.
Se la moneta non è più in grado di distinguere i paesi, questi rimangono pur sempre paesi diversi, con caratteristiche specifiche non facilmente integrabili e vizi radicati che la moneta unica non è riuscita a modificare. Gli investitori si possono orientare sui bond, ad esempio vendendo quelli dei paesi a rischio e comprando quelli tedeschi.

Così dopo anni in cui i tassi hanno continuato a convergere, improvvisamente si sono divaricati e, di colpo, l'impensabile è affiorato.
Molti credereanno che abbandonare l'euro oggi sia impensabile, ma la storia è piena di eventi passati, in brevissimo tempo, dall'impensabile all'inevitabile. Tuttavia l'uscita dall'euro avrebbe ricadute costosissme per chiunque prendesse l'iniziativa e, a catena, su tutti gli altri.

La dinamica della caduta ha due facce, a seconda che a prendere l'iniziativa sia un paese forte (es. Germania) o uno in difficoltà (es. Grecia, Irlanda, Portogallo o... Italia), in ogni caso i costi sarebbero alti per tutti.

Se fosse la Germania a lasciare l'euro, la sua nuova valuta (nuovo marco?) si rinforzerebbe a vista d'occhio attirando capitali dal resto dell'euro zona, con corrispondente fuga dei capitali dal resto dell'area e con i prezzi per l'export in salita rapida, il motore portante dell'economia tedesca subirebbe una violenta frenata.
Pur attirando molti depositi la Germania dovrebbe svalutare gli enormi crediti che vanta, come esportatore, nei confronti dei paesi più deboli, creando certamente grossi problemi alle proprie banche.

Se invece fosse un paese debole a lasciare l'euro cosa succederebbe?
Facciamo l'esempio della Grecia*:
  • tutte le banche greche risulterebbero insolventi
  • il governo nazionalizzerebbe ogni banca del paese
  • al contempo bloccherebbe la possibilità di ritirare i propri soldi dalle stesse banche
  • per prevenire disordini di strada probabilmente dichiarerebbe lo stato di emergenza ed il coprifuoco, se fosse necessario anche la legge marziale
  • rinominerebbe tutto il suo debito in "nuove dracme" svalutandolo all'istante diciamo del 50%
  • nel giro di pochi giorni gli irlandesi uscirebbero, senza curarsi troppo, dai propri obblighi
  • i portoghesi probabilmente attenderebbero di vedere gli esiti del caos greco prima di decidere anche loro di dichiarare il default
  • a questo punto le banche tedesche e francesi, di fronte alle enormi perdite sui bond di governi periferici, violerebbero i requisiti di capitale e sarebbero chiamate a ricapitalizzare e la BCE
  • con la sue enorme esposizione nei confronti della grecia anche la banca centrale europea sarebbe costretta a dichiarare la bancarotta (ma poichè in quel momento sarà guidata da un italiano - Draghi - la cosa non risulterà nemmeno troppo stonata e si troverà subito il capro espiatorio), o più probabilmente a stampare nuova moneta a gran ritmo, con disappunto dei tedeschi
La dinamica della perdità di competitività è nota: comincia con una deflazione e termina con un aumento insoportabile dei tassi e del debito.
Prima dell'euro l'Italia era solita stimolare la propria competitività con ricorrenti e sonore svalutazioni; la moneta unica ha dato più valore agli stipendi ma ha minato questo meccanismo alla base. All'esterno ora i nostri prodotti appaiono costosi e il mercato risponde con un calo degli acquisti. Se la produzione non è richiesta il lavoro non è più necessario e l'effetto non tarda a vedersi anche sull'occupazione, visto l'alta flessibiltà del lavoro nel nostro paese (checchè ne dicano gli economisti). A questo punto punto anche i redditi si riducono e con essi anche il consumo interno con la conseguenza di una crescita stagnante quando va bene. I giornali dicono appunto che l'Italia cresce meno degli altri quando va bene ma va molto peggio quando va male.
Di solito il governo tenta di arginare la decrescita con massicce dose di spesa pubblica ed incentivi che si traducono in un deficit di bilancio e maggiore debito, come se il nostro paese non ne avesse già a sufficienza. Questo Tremonti lo sa benissimo ed ha tentato di limitare il danno tagliando ogni tipo di spesa, ma ciò non significa che la maggior parte degli investimenti fatti non sia comunque stata sprecata in progetti del tutto improduttivi (si pensi agli sprechi del quartier generale del G8 - "Il flop della Maddalena dal G8 all'abbandono", Repubblica 28 gennaio 2010).
Con il debito in crescita gli investitori, inizialmente contenti di finanziare il paese chiedono un tasso maggiore per sopportare il maggiore rischio. Ad un certo punto il maggiore tasso non sarà sufficiente e gli investitori chiederanno durate più brevi: non sono più disposti a finanziare per 10 anni. Questo è un segnale chiaro che la situazione diventa critica perchè il debito non si può ripagare ma va comunque rifinanziato ed il paese si trova a dovere rinegoziare il proprio debito a durate ravvicinate e a prezzi maggiori.
Voglio ricordare che anche i tassi sui mutui sono collegati a questi tassi in crescita.
I tassi in aumento quindi, riducono ulteriormente la crescita in un circolo vizioso.

A questo punto ci vorrebbe un cambio veramente competitivo per uscirne ma il paese è vincolato al cambio fisso dell'euro.... o no?

E quello che era impensabile fino al giorno prima, diventa improvvisamente inevitabile!
In questo caos generalizzato si fatica a pensare gli sviluppi continuino a rimanere completamente democratici.

La democrazia non può esistere come forma ultima di governo; resiste fino a quando la maggioranza impara che si può votare benefici a spese del tesoro. Da quel momento voterà per il candidato in grado di promettere più benefici per loro causando la caduta della democrazia sotto il peso dei debiti dovuti alla politica fiscale lassista. A questa seguirà prima una dittatura poi una monarchia.
http://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Fraser_Tytler

Non ci sono prove che l'abbia effettivamente detto lui, ma difficile non trovare stimolante la famosa frase attribuita allo scozzese Alexander Tytler (e chi ha dubbi chieda ai tedeschi).


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Ringrazio *Andrew Lilico, per il suo contributo sul The telegraph (24 maggio '11).

scritto da Sultan